“Genitori e insegnanti si lamentano del fatto che i bambini di oggi sono sempre più iperattivi e difficili, ma quanto influiscono le condizioni ambientali, i ritmi di vita frenetici e caotici, sui loro comportamenti? I capricci, gli atteggiamenti violenti o inspiegabili, il disordine, l’instabilità dell’attenzione, l’attaccamento eccessivo all’adulto, non sono altro che una modalità di vita innaturale (...)[1]”.
Veniamo al mondo in modo innaturale; nella migliore delle ipotesi si mette in atto il parto naturale in una posizione che sfida le leggi di gravità, quella supina, mentre sarebbe più facile partorire accovacciate in modo da facilitare il processo di espulsione. Non siamo più in grado di dare ascolto ai nostri reali bisogni, che sono quelli di sentirsi parte di un tutto, di ascoltare i nostri bio-ritmi,di metterci in reale comunicazione col mondo esterno e con quello interiore. In epoca rinascimentale si propugnò un umanesimo che considerava l’uomo come un microcosmo che obbedisce alle stesse leggi del macrocosmo. Anche oggi si dovrebbero riaffermare questi valori che mettano nuovamente in contatto il particolare con l’universale in maniera armonica. Invece siamo totalmente disgregati e abbiamo perso di vista ciò che realmente conta, perdendo il contatto con la parte più autentica di noi stessi. Ciò acquista maggiore rilevanza quando, durante la gestazione gravidica e al momento del parto noi donne veniamo trattate come pazienti passive mentre dovremmo essere in grado di disattivare la neocorteccia cerebrale per dare ascolto al paleoencefalo che ci permetterebbe di espellere il feto prima possibile evitando la nota sofferenza fetale. Non siamo tantomeno in grado di recepire i segnali che ci inviano i neonati, i quali vivono secondo le leggi della natura mettendo in atto con rituale ripetizione le regole dell’evoluzione della specie, in modo avulso dai nostri orari e da comportamenti imposti dall’alto. Dev’essere il neonato a decidere quante volte attaccarsi al seno ed egli ha molte più risorse di quel che crediamo. Da solo imparerà prima
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“Genitori e insegnanti si lamentano del fatto che i bambini di oggi sono sempre più iperattivi e difficili, ma quanto influiscono le condizioni ambientali, i ritmi di vita frenetici e caotici, sui loro comportamenti? I capricci, gli atteggiamenti violenti o inspiegabili, il disordine, l’instabilità dell’attenzione, l’attaccamento eccessivo all’adulto, non sono altro che una modalità di vita innaturale (...)[1]”.
Veniamo al mondo in modo innaturale; nella migliore delle ipotesi si mette in atto il parto naturale in una posizione che sfida le leggi di gravità, quella supina, mentre sarebbe più facile partorire accovacciate in modo da facilitare il processo di espulsione. Non siamo più in grado di dare ascolto ai nostri reali bisogni, che sono quelli di sentirsi parte di un tutto, di ascoltare i nostri bio-ritmi,di metterci in reale comunicazione col mondo esterno e con quello interiore. In epoca rinascimentale si propugnò un umanesimo che considerava l’uomo come un microcosmo che obbedisce alle stesse leggi del macrocosmo. Anche oggi si dovrebbero riaffermare questi valori che mettano nuovamente in contatto il particolare con l’universale in maniera armonica. Invece siamo totalmente disgregati e abbiamo perso di vista ciò che realmente conta, perdendo il contatto con la parte più autentica di noi stessi. Ciò acquista maggiore rilevanza quando, durante la gestazione gravidica e al momento del parto, noi donne veniamo trattate come pazienti passive mentre dovremmo essere in grado di disattivare la neocorteccia cerebrale per dare ascolto al paleoencefalo che ci permetterebbe di espellere il feto prima possibile evitando la nota sofferenza fetale. Non siamo tantomeno in grado di recepire i segnali che ci inviano i neonati, i quali vivono secondo le leggi della natura mettendo in atto con rituale ripetizione le regole dell’evoluzione della specie, in modo avulso dai nostri orari e da comportamenti imposti dall’alto. Dev’essere il neonato a decidere quante volte attaccarsi al seno ed egli ha molte più risorse di quel che crediamo. Da solo imparerà prima a strisciare, poi a gattonare e, quando lo deciderà, come ha fatto l’uomo primitivo, si erigerà sulle gambe. Se ci facciamo caso, il processo di crescita degli esseri umani è speculare all’evoluzione della specie (laddove, ovviamente, non si abbiano convinzioni creazioniste). D’altro canto quella della maternità è un’esperienza vissuta come altro dal resto della vita, in modo individuale, per cui noi donne ci ritroviamo circondate da professionisti che dicono come dobbiamo comportarci visto che non abbiamo visto altre donne allattare. Insomma impariamo a fare le madri come se facessimo un corso di tennis, senza mettere in atto quei processi di apprendimento che derivano dall’esperienza diretta, dall’aver visto altre madri. Così tutto il nostro vivere è diviso in compartimenti stagno avendo perso una visione unitaria del fenomenico, ovvero di tutto quanto ci circonda. Già i programmi scolastici dovrebbero attuare dei processi di conoscenza che non siano divisi in materie, almeno nella scuola dell’infanzia (dal momento che talmente esteso è ormai lo scibile umano che l’approfondimento, nel corso della vita, è ormai d’obbligo). Non esiste l’educazione motoria, la scienza, la geografia, l’italiano. Penso che dovrebbe esistere la possibilità, per il bambino piccolo, di osservare e poi sperimentare, insieme all’adulto in un ambiente che sia più naturale possibile. Spesso siamo invece costretti a separare gli ambiti per cui, le incombenze quotidiane, la socializzazione, il gioco, la possibilità di respirare aria un pò meno inquinata, sono tutte esperienze disgiunte una dall’altra. “I bambini dei paesi industrializzati soffrono, per la maggior parte, di un nature deficit disorder,ovverossia una sindrome da deficit di natura...[2]”
Credo che questa affermazione possa applicarsi anche agli adulti che non hanno più quello che è il normale senso di appartenenza e sono sempre più ossessionati dall’ascesa ai gradini più alti della società. Dato per assunto che importanti sono le conquiste della nostra civiltà, penso che sarebbe più opportuno superare sia i modelli di vita attuali che quelli tipici delle società cosiddette tradizionali per arrivare ad elaborare impostazioni che tengano conto sia delle esigenze di modernità sia della completezza affettiva dell’essere umano. Credo inoltre che la completezza affettiva degli esseri viventi sia estremamente correlata alla possibilità di vivere in sintonia con la natura cosa che oggi si traduce nella sostenibilità di una modernità che non può più pemettersi il lusso di intendere il mondo come qualcosa da spremere come un limone.
[2] Elena Balsamo, Sono qui con te, pag. 127.
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