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giovedì 7 aprile 2011

Il concetto di reciprocità

In antropologia culturale e in sociologia, il termine “reciprocità” è strettamente collegato al concetto di “scambio” di merci e lavoro assumendo così una connotazione economica e introducendo a un sistema economico fortemente contrapposto al capitalismo. Nella società industriale la reciprocità non va oltre i legami familiari mentre nelle società tradizionali essa è una costante di gruppi allargati (clan, tribù) ed è strettamente collegata alla fiducia e alla territorialità, nel senso che, affinché essa possa attuarsi, è necessaria che vi sia un gruppo di persone distribuite in un territorio non troppo esteso e ben definito legate da un rapporto di massima fiducia e conoscenza. La reciprocità è dunque una componente distintiva non solo delle tribù o dei clan, ma anche di un nuovo tipo di comunità che si sta diffondendo anche da noi in occidente ed è regolata da questi principi.
Da un punto di vista etimologico la parola “reciprocità” deriva dal latino rectus-procus-cum, che significa “ciò che va e che torna vicendevolmente”. La reciprocità è diretta quando una persona offre qualcosa ad un’altra la quale ricambia o con una prestazione uguale (come nei contratti) o con una prestazione non equivalente come accade, per esempio nel rapporto di amicizia. La condicio sine qua non della reciprocità è che l’erogatore del favore ritenga adeguata la risposta del destinatario altrimenti la reciprocità non può essere durevole nel tempo e non può dunque affermarsi come norma sociale. In antitesi col concetto di fiducia è quello di utilitarismo, in quanto affinché vi sia reciprocità deve esservi la possibilità di erogare un dono che instauri un rapporto duraturo, denso di significati affettivi e tale dono non può essere fatto solo per ottenere un beneficio fine a sé stesso e, appunto, utilitaristico. Al centro delle società arcaiche è sempre e comunque l’essere umano e non la ricchezza che dev’essere accumulata. L’oggetto, il bene materiale, il servizio etc. sono in funzione dell’uomo. Oggi si fa sempre più spazio la necessità di creare un’indice del benessere effettivo della gente che non è più quantificabile in ordine di PIL (prodotto interno lordo).

Francesca Della Puppa[1] definisce l’ “Occidente” come “società atomistica” intendendo con ciò tutti quei paesi privilegiano  l’individuo rispetto alla comunità. Le società campo, al contrario, sono quelle in cui l’individuo si connota solo in quanto appartiene ad una collettività. L’occidente, secondo quest’ottica squisitamente antropologica, è visto come una società complessa in cui determnante è la componente tecnologica. Nelle culture tradizionali l’apprendimento si basa sull’imitazione e sull’osservazione e da tale metodologia si ha un incremento dell’intelligenza spaziale, corporeo-cinestesica, interpersonale, piuttosto che l’intelligenza linguistica scritta o l’intelligenza intrapersonale. Secondo Stefano Bartolini e Renato Palma[2]  la modernizzaione ha portato all’inseguimento della chimera del benessere economico che avrebbe condotto al conseguimento di una vita qualitativamente migliore. La crescita economica che si esprime, statisticamente, nell’aumento del PIL pro-capite (Prodotto
Interno Lordo), considera solo ciò che passa dal mercato, ovvero ciò che ha un prezzo e che viene
comprato e venduto. Quindi dal punto di vista degli economisti, la crescita consiste nell’aumento della disponibilità di beni che passano dal mercato. Il PIL trascura infatti ciò che non vi passa. Se però è vero che un gran numero di persone, malgrado tutto, non ha la percezione di uno stato di benessere, bisogna considerare dei fattori che nulla hanno a che vedere col mercato e che tuttavia sono determinanti nella percezione di benessere. “il punto non è” dicono i due autori, “che l’accumulazione di beni sia ininfluente sul benessere, ma che essa sia stata perseguita attraverso un modello sociale distruttivo sul piano relazionale ed affettivo oltreché ambientale, per poter generare significativi aumenti di benessere, una volta liberata la società dalla stretta dei bisogni primari”. Ciò che oggi non si prende in considerazione è la componente biologica degli individui che include  il senso della possibilità ovvero la capacità di essere artefici, sia in ambito comunitario che personale, del proprio benessere compenetrando i bisogni del singolo con l’ambiente sociale ed economico. Al contrario gli occidentali vengono educati ad adattarsi alla ambiente sociale ed economico venendo meno alla componente propria dell’uomo: la creatività. Lo sforzo costante di modellare l’individuo per allontanarlo dalla sua reale natura porta ad un’enorme fatica che alla lunga si mostra controproducente.
Il fatto poi che l’uomo moderno abbia più tempo libero è in realtà una promessa disattesa giacchè sono talmente tante le energie vitali assorbite dall’attività lavorativa che paradossalmente di tempo se ne ha sempre poco.
L’uomo moderno ha l’orologio mentre in passato si aveva il tempo. La fretta mina la capacità di riflettere, di relazionarsi, di analizzare efficacemente la realtà e, in ultima analisi, di creare e generare cambiamenti.
“L’aumento del potere di acquisto e quindi della disponibilità di beni ha portato a soddisfare alcuni bisogni senza che il bsogno primario di relazione sia stato soddisfatto, per cui poco spazio si è dato alla creazione di istituzioni in cui gli individui possano avere relazioni che
gli consentano di sentirsi bene.”[3]
Già agli albori della rivoluzione industriale gli intellettuali gridarono alla devastazione dei legami sociali e affettivi. Sembra che con la crescita economica venga meno la capacitàdegli individui di agire in modo solidale. Ovvero di agire insieme, collaborando e non come atomi contrapposti. Infatti una società di mercato pone le proprie basi sul conflitto d’interessi (tra competitori, tra compratori e venditori, tra capitale e lavoro all’interno delle imprese), e costringe gli individui a prediligere il vantaggio personale. Invece nelle società tribali il risultato del lavoro del singolo è legato a quello del gruppo. È immediato pensare che la caratteristica fondamentale dell’occidentale sia l’agressività e la sfiducia con le conseguenze ovvie che si hanno sul piano personale. In tutto questo si inserisce la necessità di andare sempre di fretta perché il tempo è denaro e non va sprecato. I bambini non acora permeati dall’adulto hanno invece istintivamente il senso del tempo visto come possibilità, quindi come libertà di organizzare la propria vita. Ma gli adulti sono stati forgiati a muoversi di fretta e cercano di regolare i ritmi alimentari e di sonno dei bambini, al di là dei veri bisogni.  Questa altro non è che una logica di potere laddove l’adulto cerca di imporsi sul bambino costringrndolo ad andare contro sé stesso.
Il tempo diviene così un nemico e non il luogo per creare ed essere responsabili. collaborando e non come atomi contrapposti. Infatti una società di mercato pone le proprie basi sul conflitto d’interessi (tra competitori, tra compratori e venditori, tra capitale e lavoro all’interno delle imprese), e costringe gli individui a prediligere il vantaggio personale. Invece nelle società tribali il risultato del lavoro del singolo è legato a quello del gruppo. È immediato pensare che la caratteristica fondamentale dell’occidentale sia l’agressività e la sfiducia con le conseguenze ovvie che si hanno sul piano personale. In tutto questo si inserisce la necessità di andare sempre di fretta perché il tempo è denaro e non va sprecato. I bambini non acora permeati dall’adulto hanno invece istintivamente il senso del tempo visto come possibilità, quindi come libertà di organizzare la propria vita. Ma gli adulti sono stati forgiati a muoversi di fretta e cercano di regolare i ritmi alimentari e di sonno dei bambini, al di là dei veri bisogni.  Questa altro non è che una logica di potere laddove l’adulto cerca di imporsi sul bambino costringrndolo ad andare contro sé stesso.
Il tempo diviene così un nemico e non il luogo per creare ed essere responsabili.


[1] Francesca Della Puppa, società , sistemi e metodi a confronto: consultazione internet del 16/07/10.
[2] Stefano Bartolini e Renato Palma, Economia e felicità: una proposta di accordo: consultazione internet del 09/06/10.

[3] Cfr. Stefano Bartolini e Renato Palma, Economia e felicità: una proposta di accordo: consultazione internet del 09/06/10.


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