Se c’è una cosa che contraddistingue l’Occidente è l’importanza data alla competitività e alle qualità razionali. David Brooks, nell’analizzare le motivazioni che hanno portato al fallimento del sistema capitalistico, introduce il concetto di “fiducia sociale”. Dovrebbe essere quest’ultima infatti a fare da collante in una società organizzata. Secondo il citato autore[1]gli occidentali sono caduti nell’errore di considerare la nautra umana in maniera semplicistica distinguendo tra raziocinio ed emotività e prediligendo l’aspetto quantitativo del fenomenico. Eppure esiste un corpus di ricerche interdisciplinari che utilizzano una nuova chiave di lettura che ridà dignità all’imponderabile, ai fattori inconsci e all’aspetto relazionale delle attività umane quasi a rivalutare l’eterno femminino per secoli condannato alla luce di una supposta non validità metodica nella conoscenza del mondo. La novità è che, secondo queste ricerche, la ragione non si contrappone al mondo delle emozioni, le quali anzi connotano ed indirizzano l’attività cognitiva della corteccia cerebrale ampliandone il significato. Viene così spostato l’asse di osservazione dal dato oggettivo all’essere umano che lo percepisce privilegiando l’aspetto qualitativo di ciò che è, ovvero di ciò che esiste davanti ai nostri occhi. Secondo questa nuova visione del mondo, non si parla più di capitale umano in senso stretto ma di una serie di talenti che arricchiscono le competenze e che sono frutto di un modo di amministrare il vissuto personale e professionale con una maggiore lungimiranza. Sotto quest’ottica diventano così rilevanti la capacità di rapportarsi agli altri e di immedesimar visi, di accettare i propri limiti e di gestire i moti dell’anima rendendoli funzionali in tutti gli aspetti della vita (un po’ come gli attori gestiscono le proprie emozioni per indirizzarle alla performance artistica). Ma anche la capacità di lavorare in gruppo, di indirizzare l’innato bisogno di attaccamento approdando ad un rinnovato umanesimo.
[1] “Dalla sintonia al desiderio di infinito ci salveranno le qualità emotive”, La Repubblica, anno 36, num. 78, pp. 37, 38.
Nessun commento:
Posta un commento