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giovedì 7 aprile 2011

Crescere nelle diverse organizzazioni sociali

“L’uomo è un animale sociale” sosteneva Aristotele. Questo basandosi sul presupposto che la specie umana è solita riunirsi in agglomerati di varia natura i quali nel corso della storia hanno assunto connotazioni diverse. Una delle forme di aggregazione più antiche e dai diversi significati antropologici e politici è quella della tribù. Essa è caratterizzata da un insieme di individui accomunati da uno stesso modus vivendi e da una stessa lingua. Il concetto di tribù esula da un’omogeneità territoriale dal momento che può capitare che più sottogruppi della stessa tribù siano stanziati in zone relativamente lontane le une dalle altre[1].
A livello politico si contrappone a quello di tribù il concetto di stato in quanto quest’ultimo si fonda su un ordinamento ben definito anche se il dibattito su tale distinzione è ancora acceso. Non si pensi però che la storia dell’occidente non sia connotata da origini tribali giacché del fenomeno si ha notizia già nell’antica Grecia. La tribù era nota col nome di Bulè ( βυλή) e col tempo acquistò anche un carattere politico. L’aggregazione sociale di base era la famiglia, detta oikos (οĩκος). Quando cominciarono a costituirsi delle organizzazioni superiori alle tribù di natura politica, i vari organi di potere erano costituiti dai vari rappresentanti delle tribù.
Per quanto riguarda gli antichi romani, tre erano le tribù più importanti e riportavano il nome di ramnies, luceres e tities. A poco a poco il numero di questi agglomerati aumentò finché tutti gli italici vennero suddivisi in tribù le quali erano censite dai centuriones. Col tempo la frammentazione eccessiva della popolazione rese complicato il lavoro dei centuriones, cosa che portò, nel I secolo a.C. all’istituzione del municipium, al fine di meglio amministrare la popolazione la quale, tuttavia, rimase suddivisa in tribù almeno a livello politico. In epoca repubblicana il territorio occupato era collegato con la religione e ciò è una caratteristica delle società tribali. Il territorio era il luogo in cui erano seppelliti gli antenati e quindi era un luogo sacro. Tornando al concetto di tribù in generale, esse si basano su un’organizzazione di tipo solidale e spesso sono strutturate in modo egalitario. È difficile che nelle tribù esista il concetto di proprietà e le difficoltà a cui devono far fronte gli individui vengono risolte praticamente dal gruppo. Secondo Goldsmith "...in un sistema autoregolato, il comportamento che soddisfa i bisogni delle parti differenziate soddisfa anche quelli del tutto"[2] Sempre Goldsmith parla di domanda ecologica, ponendosi, in tal modo, in netta antitesi alle teorie di mercato. La tribù ruota, il più delle volte, attorno al villaggio il quale diventa il centro delle attività del gruppo e nel quale tutti sono responsabili di tutti, ancorati ad un forte senso di appartenenza a un’identità collettiva che non ammette crisi di nessun tipo. L’individuo viene lasciato solo in casi specifici ma può sempre contare sulla solidarietà del gruppo. In questi contesti non esistono le nevrosi tipiche della nostra società anche se difficilmente noi saremmo in grado di adattarci al loro stile di vita. Tuttavia nasce spontanea la riflessione sul fatto che, se è vero che la parola depressione non è nemmeno contemplata da un punto di vista meramente linguistico, probabilmente, in una società altamente complessa come la nostra, in cui il problema maggiore a cui  portato l’individualismo sfrenato è quello della solitudine della persona, si potrebbe giungere ad una riformulazione di stili di vita che sempre più sembrano portare all’isolamento, anche se si parla di villaggio globale e di agorà virtuale.

Nella società patriarcale tipica dell’epoca pre-industriale l’individuo non era mai lasciato solo, tuttavia il rovescio della medaglia di uno stile di vita improntato alla condivisione e alla solidarietà era il fatto che forte era la misoginia. Nelle lotte femministe uno dei punti nodali è stato costituito dalla necessità di abolire la suddivisione dei ruoli. In realtà lo stato di diseguaglianza è dato da un’organizzazione gerarchica della comunità che finisce con lo svilire determinati compiti. Le famiglie di tipo patriarcale sono paragonabili, per grandi linee,  ad un tipo di comunità tipico del regno animale: il branco.
Nel branco esiste il maschio alfa ovvero il capo, il più forte, il detentore di tutti i privilegi.
Nelle società patriarcali c’è il pater familias e, per quel che concerne il rapporto tra le donne, è la madre del pater familias a tessere le fila di qualsiasi evento e reggere l’andamento della vita dei singoli. Quindi non vi è alcun tipo di egalitarismo ma un sistema basato sulla ricerca spasmodica del potere. Questo paradigma si applica a tutti i rapporti nel mondo occidentale e finisce per creare, nell’individuo, una dispersione delle energie che alla fine lo svuota e che, se non viene raggiunto l’obiettivo prefissato, finisce per portare a un forte senso di frustrazione. l’unica cosa che avevano in comune le famiglie allargate di un tempo con certi sistemi tribali era la possibilità per i bambini di crescere assieme in un mondo agreste e di responsabilizzarsi dando luogo ad un effettivo processo di maturazione. Nel mondo industrializzato sembra invece che la cosiddetta sindrome di Peter Pan sia un status, un dato di fatto, con la conseguenza che si è giovani fino a quarant’anni, non si accetta più alcun tipo di sacrificio, si è consumisti e incapaci, in ultima analisi, di gestire determinati fattori portatori di stress. Come è noto la congiuntura economica non è delle migliori e questo nuovo stato di cose sta lentamente portando a delle rinunce che alla fine mettono in crisi chi non è abituato a fare a meno di determinati standard. Il cittadino medio si lamenta di dover rinunciare al cinema del sabato sera, quando ci avviamo all’esaurimento delle risorse energetiche per cui, se non si riesce ad dare una svolta effettiva al sistema produttivo globale, saranno ben altri i problemi a cui dovremo far fronte. Sono dell’avviso che dovremmo a riuscire a trovare un nuovo tipo di impegno già a partire dall’educazione dei nostri figli, che sono, per il genitore occidentale medio, sempre troppo piccoli per qualsiasi cosa e sempre sottovalutati. Nelle civiltà in via di sviluppo i bambini più grandi si occupano dei più piccoli col risultato che essi crescono più forti, maggiormente in grado di risolvere i problemi di emergenza e in ultima analisi più creativi, in quanto l’ingerenza dei genitori è ridotta al minimo. Non è inusuale, in questo tipo di comunità, vedere bambini di quattro anni che prendono in braccio i più piccoli, di loro spontanea volontà e che posseggono un’attitudine a quello che nel mondo del marketing è noto come capacità di problem solving, molto spiccata. Eppure spesso gli stessi bambini giocano con una palla improvvisata mettendo in atto virtuosismi fisici e di palleggio degli dei grandi giocatori professionisti. Il nostro modo di approcciarci ai più piccolo come a degli esseri dipendenti in tutto e per tutto, finisce per fare venir sù degli adulti insicuri e immaturi che non sono in grado di liberarsi dalle difficoltà senza ricorrere allo spreco e al consumismo. Quando il lattante ha bisogno del contatto fisico con la madre, lo si mette giù con la convinzione che tenendolo in braccio lo si vizi; quando, a circa sei mesi, il piccolo manifesta l’esigenza di esplorare il mondo circostante, lo si vincola tra le sbarre di un lettino o di un box per paura che egli si faccia male (e per delegare a dei freddi oggetto tutta la responsabilità). Se è vero che l’uomo è un animale sociale, l’interazione col mondo circostante e con gli altri esseri viventi deve essere continua e senza rotture traumatiche, sì da far crescere un individuo sereno ed equilibrato. Non di rado si vedono bambini che non vogliono liberarsi del ciuccio e del biberon per ché non hanno risolto il naturale e atavico bisogno di contatto e rassicurazione; molti vizi che ci portiamo da adulti vengono dalla necessità di rassicurazione che non è stata risolta quando eravamo in fasce. Un bambino portato addosso o tenuto in braccio nel momento di bisogno o comunque un bambino allattato, avrà anche soddisfatto la necessità di estrinsecare l’istinto materno, per cui non sarà eccessivamente al centro delle attenzioni, non subirà una visione delle cose quotidiane di tipo sensazionalistico
(braavo! Che puzza la cacca! Guarda che bello!) ma vivrà in un mondo emotivamente equilibrato facendo parte della vita quotidiana dell’adulto e  la riterrà una cosa naturale senza aver la pretesa di essere al centro costante dell’attenzione e diventare in tal modo un piccolo tiranno. Quando questo bambino si troverà di fronte a una finzione rappresentativa (gioco, teatrino etc.) o sarà coinvolto nel ballo o/e nel canto insieme agli altri, sarà felice di esprimere se stesso, imparare, sognare, partecipare e apprezzare il bello.

Nella maggior parte dei casi, nascere in occidente o per lo meno venire alla luce in una realtà urbana comporta il fatto che ci si trova con la madre e, anche se non sempre, il padre. Non si vive in un contesto comunitario, almeno finché non si è scolarizzati, per cui diventa inevitabile essere al centro dell’attenzione da parte dell’adulto incaricato delle funzioni inerenti l’accudimento. In questo modo sia l’adulto che il bambino sono limitati dal momento che entrambi hanno bisogno di relazionarsi con altri. Si viene a creare così una sorta di conflitto tra esigenze differenti per cui l’adulto spesso non riesce ad espletare la funzioni più elementare e il bambino non trova sfogo nel relazionarsi con altri bambini. È pur vero che se i genitori riescono a portare il bambino piccolo il più possibile addosso, esso si abituerà a fare esperienza e ad osservare il mondo circostante dal dorso del genitore portatore e non sarà costantemente al centro dell’attenzione, col risultato che, una volta che il piccolo comincia a imparare a muoversi da solo nello spazio circostante non dovrà necessariamente essere costantemente seguito dall’adulto costretto a intrattenerlo. Inoltre se, con le dovute cautele, si permette al bambino di manipolare gli oggetti fin da neonato, col tempo egli smetterà di interessarsi a quegli oggetti che avranno perso il carattere di novità. Esempi pratici di quanto fin qui asserito: quando era molto piccola mia figlia, che adesso ha tre anni, mi chiedeva spesso le salviette umidificate per giocarci. Io la accontentavo non facendo mistero, nei limiti del possibile, nemmeno del contenuto dei cassetti. All’età di un anno e mezzo circa essa aveva perso l’abitudine di tirar fuori tutto dai cassetti e dagli sportelli. In più ho sempre cercato di coinvolgerla in ogni aspetto della quotidianità senza relegarla al “mondo dei bambini”. È però fondamentale che non passi il messaggio oggi abbastanza diffuso che, per passare piacevolmente il tempo, i piccoli abbiano necessariamente bisogno di giocattoli sempre nuovi, e che essi debbano avere sempre a disposizione un adulto pronto a farli divertire come fosse un giullare, magari mettendo da parte le normale incombenze quotidiane. Il bambino deve imparare che ci sono delle regole, che non vi sono persone al suo servizio, che deve essere lui ad andare dall’adulto che se ne occupa quando viene chiamato, che deve mangiare nel luogo deputato ai pasti, e sempre il bambino deve seguire l’adulto. Se si cresce in maniera responsabile, non si scappa e non si trasgredisce al momento in cui ci si percepisce liberi da controlli eccessivi. Perché si possa attuare questo sistema educativo è necessario il coinvolgimento di tutti giacché se la madre cerca di crescere un bambino equilibrato, in un ambiente sereno e poi i conoscenti si rendono veicolo di messaggi contraddittori, l’unico risultato che si ottiene è quello di disorientare il piccolo. Riguardo alla necessità di allevare bambini molto piccoli in un contesto comunitario, (cosa che allevierebbe di molto il compito dei genitori e renderebbe sicuramente più stimolato ed equilibrato il bambino), oggi è veramente difficile attuare questo stato di cose. Se è vero infatti che uno dei problemi più diffusi dei genitori è quello di avere aiuto e sostegno in casa, è pur vero che è molto difficile superare le diffidenze e le differenze per creare gruppi familiari affiatati e solidali. Insomma la tribù non esiste più. Se è per questo non esiste neanche il condominio. Mi spiego: quando ero piccola vivevo in un condominio popolato da genitori più o meno coetanei con figli più o meno coetanei e in più avevamo la fortuna di possedere un giardino condominiale. Allora era normale, per le madri, prendere un caffè insieme o aiutarsi nel fare la spesa, mentre noi giocavamo assieme in giardino mentre d’inverno ci si riuniva a turno negli appartamenti di ciascuno. A volte si studiava persino insieme e insieme si guardavano i cartoni animati. Ancora oggi le nostre madri si riuniscono e si incontrano nel supermercato sotto casa. Alcune di queste madri erano delle lavoratrici, altre no. Era soprattutto un fatto di affinità. Ai giorni nostri il computer la fa da padrone e la comunità è diventata globale e virtuale. Questo dato di fatto non ha necessariamente una valenza negativa ma non basta. Quanti di noi genitori, iscritti a forum, blog, social network, creatori di siti on line per genitori, non riescono a collegarsi in modo costante semplicemente perché non ne hanno il tempo? Perché questo tempo è fatto di : spesa, ufficio, accudimento dei figli e quant’altro. Se la condivisione fosse anche di natura pratica, il supporto morale verrebbe da sé (e ci sarebbero meno rimproveri nati semplicemente dalla stanchezza e dai tempi ristretti degli adulti con conseguente maggiore serenità di grandi e piccoli). Il problema è: come trovare la propria “tribù” da momento che anche le amicizie sono spesso ampiamente dislocate nel territorio ed è per giunta difficile incontrarsi?

A proposito del confronto tra le società tribali e quelle occidentali il vincitore del premio Pulitzer Jared Diamond, biologo e evoluzionista americano oggi docente di geografia e scienze ambientali all’UCLA sostiene, nella sua opera dal titolo “Collasso”, che a determinare la crescita e la conseguente (in ordine temporale) decrescita che porta appunto al collasso di una civiltà, sarebbero sia fattori esogeni come la posizione geografica e comunque l’ambiente, sia fattori come il cattivo uso delle risorse. Egli dunque analizza l’andamento storico delle civiltà da un punto di vista deterministico ponendo la società umana in un contesto integrato nella situazione ecologica del pianeta e quindi dipendente da quest’ultima situazione. In tal modo a sopravvivere sarebbero quelle realtà in grado di adattarsi meglio alle condizioni ambientali. Introducendo questo concetto egli deresponsabilizza i fattori culturali a favore di quelli ambientali. Le conseguenze di tale convizione aprono un vivace dibattito culturale, prima che scientifico sulla problematica ambientali che oggi affligge l’umanità. È assodato che gli eventi storici, le guerre e lo sviluppo delle civiltà siano stati influenzati dalle posizioni geografiche delle varie società umane. Negli studi degli scienziati occidentali non sono tuttavia state prese in considerazione le motivazioni assolutamente opposte di civiltà avulse dalla notra: le cosiddette società tribali. Esse sono mosse da una concezione animistica della natura, quindi anti- materialista, secondo la quale l’anima dei luoghi attira o meno un popolo determinandone le scelte.  Se si vuole capire come compenetrare l’apporto positivo che due visioni del mondo completamente opposto come quella occidentale e quella di altre civiltà possono dare, è necessario coglierne le peculiari differenze e una di queste è appunto il rapporto con l’ambiente. Ci troviamo dunque di fronte a una natura vista come pura materia e a un’ambiente provvisto di anima. Alla luce di questo credo anche le scelte politiche vengono adottate basandosi su tali criteri. Ciò spiega perché molti popoli vivano in condizioni climatiche e territoriali avverse. Il luogo in cui queste società vivono da tempi immemori si connota di un significato simbolico che ha più a che vedere con l’inconscio piuttosto che con la razionalità. Ogni gesto, ogni aspetto della vita di questi individui è regolato da leggi non scritte ma molto forti e motivanti in quanto fortemente sacre, rituali e, se vogliamo, propiziatorie. L’essere umano, nella sua totalità, nei suoi gesti anche quotidiani, diventa il sacro nel sacro e quindi degno di rispetto. Anche certe pratiche che ai nostri occhi appaiono cruente, si connotano di una sacralità che le rende soggette a regole ferree con conseguente senso del rispetto di valori che trascendono le miserie umane e che evitano di incorrere nel cinismo tipico dell’occidente.  Riporto per intero un’asserzione tratta dal sito www.riflessioni.it a mio avviso rivelatrice: “…l’animismo non consiste in una forma arcaica o ingenua di pensiero, ma in un altra modalità di funzionamento della psiche nella sua globalità. Una modalità in cui le parti consce ed inconsce coesistono senza frattura coinvolgendo in modo armonioso il mondo naturale che tradizionalmente funge da ricettacolo per le proiezioni di contenuti inconsci. Per questo motivo essenzialmente i luoghi (e le altre entità) possono entrare in risonanza psichica con gli individui, ispirarli o intimorirli. Capire queste differenze profonde di psicologia suggerisce addirittura una riconfigurazione di quel che Jung chiama processo di individuazione inteso come realizzazione del .” ne consigue un senso di appartenenza fortemente strutturato e motivato dall’aver raggiunto un’ armonia che è completamente estranea a noi occidentali. Per Jung, realizzare il Sé significa raggiungere un grado ottimale di equilibrio funzionale tra le parti consci ed inconsce della personalità. Per i membri tribali quell’equilibrio non saprebbe essere tutto interiore, ma deve coinvolgere anche la Natura che funge da contenitore e da tramite tra la coscienza e l’inconscio.[3]

Analizzando la natura di queste due grandi civiltà messe a confronto, ovvero quella occidentale e quelle tradizionali, se spstiamo l’asse di osservazione su un piano cognitivistico, diventa interessante lo studio di Noam Chomsky[4] secondo cui le capacità di astrazione sono tipiche dell’essere umano in genere per cui le convinzioni tipiche di certi teorici etnocentrici, che studiavano le civiltà altre solo a partire dal confronto con la popria civiltà, secondo cui le popolazioni primitive sarebbero fornite di capacità meramente concrete in contrapposizione alla civiltà occidentale, in grado i produrre astrazioni e alte concettualizzazioni (cosa che, in qualche modo, porrebbe noi occidentali in una certa posizione di supremazia), tali convinzioni, dunque, non hanno alcun fondamento scientifico.   



[1] Wikipedia, consultato il 09/06/2010
[2] E. Goldsmith, La grande inversione, Franco Muzio, Padova, 1992
[3] A. Fratini, la religione del dio economia, CSA Editrice, Crotone 2009.
[4] G. L. Zani, pedagogia comparativa e civiltà a confronto, Eitrice La Scuola, pag. 32.

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