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giovedì 7 aprile 2011

Cambiare rotta

Non credo che il capitalismo in sé sia una cosa negativa, credo solo che non sia possibilie ragionare in termini di sfruttamento. Esistono delle realtà economiche e finanziare che fondano il loro operato sulla sostenibilità, e non sullo sfruttamento e su mercati illeciti. Non solo la natura si sta ribellando contro lo sfruttamento miope da parte dell’uomo, ma anche il mercato così come è concepito ha fallito il proprio obiettivo. È chiaro che non si può tornare indietro. La tecnologia è utile, ma è bene inistere sulle fonti alternative di energia, propugnare la raccolta differenziata, concepire i piani regolatori e l’urbanistica in modo che si tenga conto delle esigenze delle famiglie, ragionare in termini di comunità solidali e perseguire il benessere di tutti (non solo economico). Dal momento che l’uomo è ancora un animale sociale, preferire sempre l’aggregazione, non delegare sempre e solo agli oggetti, in quanto è la condivisione del lavoro che rende meno duro quest’ultimo, mentre la solitudine è sempre aberrante e da sempre gli uomini hanno vissuto in gruppiti Al centro di tutto non dovrebbe essere l’accumulo di denaro, ma il reale benessere degli individui, le pari opportunità, la lungimiranza, il buon senso, il lavoro sia nell’accezione intellettuale che fisica. I bambini, col loro modo di essere e di agire, ci costringono a capovolgere le prospettive perché vivono fuori dal tempo secondo ritmi che in ultima analisi sono quelli della natura, sono il microcosmo nel macrocosmo. Appena nati essi ci costringono a dare loro attenzioni continue perché solo così possono sviluppare un’affettività sana, posseggono l’istinto prensile perché per millenni sono stati sempre portati addosso dalle madri, non vedono se non alla distanza che intercorre tra le braccia della madre e lo sguardo di quest’ ultima e gradualmente si aprono al mondo. Come è conciliabile tutto questo con dei ritmi di vita frenetici, spersonalizzanti, avulsi dalla stessa natura umana? Gli esseri dovrebbero appropriarsi della dignità che dà il lavoro (e non le logiche di potere), il contatto con ciò che è dentro e fuori l’individuo, quindi con la natura, con gli altri, con la realtà fenomenica. Quest’ultma spesso ci sfugge, perché per i tre quarti dell’esistenza viviamo nell’affanno continuo. Da piccoli siamo in grado di percepire la realtà così com’è, riprendendo questa capacità solo da anziani, quando ci accorgiamo di quanto ci siamo persi nel corso della nostra vita e, in un anelito di  nostalgia, cerchiamo di recuperare il tempo perduto con i nipoti. Ne vale la pena? Non è il caso di cambiare rotta, abbandonare il cinismo della nostra società e incominciare, una volta per tutte, a vivere? Vale la pena di vivere tutte le stagioni della vita, recuperare i rapporti veri, godere dei frutti del prorpio lavoro, non usare il corpo e la mente a orari; è possibilie raggiungere questo obiettivo? C’è tanta gente che si batte per questo, è necessario che le coscienze si sveglino dal torpore in cui sono precipitate in nome di un finto benessere.


Il senso di appartenenza
Quanti di noi possono dire con certezza di appartenere a una comunità? Quanti di noi si identificano con qualcosa che non sia il proprio nucleo familiare? Anche l’appartenenza a una nazione è qualcosa di elaborato e di non scontato. Una caratteristica dell’individuo occidentale è il suo sentirsi abbandonato dalle istituzioni che dovrebbero, almeno da un punto di vista socio-economico, occuparsi dei bisogni materiali. L’individuo moderno ha perso ogni certezza, ogni supporto, ogni appiglio sia da un punto di vista materiale che affettivo. In questo periodo di crisi diventa importante innescare una serie di progettualità in grado di favorire il rapporto
Tra la gente e la comunicazione reale, solidale ed empatica tra gli individui. Esiste una tendenza in tal senso, anche se si tratta di iniziative ancora sporadiche. La costruzione dei condomini dovrebbe ( in sporadiche realtà è già così) tenere conto della possibilità dei condomini di riunirsi in spazi comuni, contemplando quasi delle agorà (le piazze della Grecia antica), taluni giardini di moderna concezione presentano dei sedili disposti in circolo per favorire la conversazione e questo perché è necessario che si riacquisisca la capacità di relazionarsi anche all’interno del quartiere. Fermo restando che è giusto rafforzare le istituzioni come è giusto tenere conto dei valori della globalità e della multiculturalità, la società dovrebbe conformarsi concentricamente a partire da piccole comunità quali possono essere i condomini solidali o gli eco- villaggi, le stesse realtà di quartiere e la piazza intesa in senso classico come luogo di incontro. Forse il PIL resterebbe fermo ma crescerebbe l’indice di benessere percepito, con una netta diminuizione di casi limite come la violenza, la droga, l’aggressività e le malattive della psiche (forse non solo di quest’ultima). Condividere la realtà quotidiana, sapere di non essere soli al mondo, non vedere il vicino come un nemico renderebbero forse questo mondo leggermente migliore.  


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