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sabato 30 aprile 2011

"Dovunque e comunque si manifesti l'eccellenza, subito la generale mediocrità si allea e congiura per soffocarla"
Arthur Schopenauer
Pensare con la propria testa.
Questo cerco di insegnare ogni giorno ai miei figli.
Cosa significa educare? Ex ducere, portare fuori da... da cosa? O meglio, da chi? Dalle nostre teste, dal nostro modo di essere. Voglio far uscire dai miei figli la capacità critica e penso che questa debba essere una missione di tutti, dei singoli individui come delle istituzioni. La cultura non ha senso se non viene digerita e metabolizzata per diventare fertile humus di nuove idee, di applicazioni concrete nella vita quotidiana e sociale. Tutti abbiamo il dovere di educare ed educarci, di trarre il meglio, in termini di umanità, da noi stessi e dagli altri, affinché l'umanità vada avanti non come il cancro che fino ad ora si è dimostrato di essere all'interno delle leggi del cosmo ma in sintonia con queste ultime. Non mi importa che i miei figli si uniformino acriticamente a ciò che li circonda, mi preme piuttosto che se su un disegno per essi un colore si addice più di un altro allora va bene così, voglio che la pelle non sia rosa ma di un beige che diventa via via più scuro fino a diventare marrone se si disegna un africano il quale non è color cioccolato ma marrone e non c'è niente di offensivo nel dire ciò. Voglio che i miei figli si trovino a loro agio in qualsiasi contesto sociale ma mai in mezzo alla volgarità
e alla mediocrità. Bisogna resistere alla tentazione di isolarsi, di diventare appendici di un portafogli per diventare consumatori e non esseri umani e uscire fuori da sé stessi per collegarsi agli altri in modo costruttivo. L’impegno è un modus vivendi che diventa fondamento della persona.

giovedì 7 aprile 2011

La rivalutazione dell'intelligenza emotiva

Se c’è una cosa che contraddistingue l’Occidente è l’importanza data alla competitività e alle qualità razionali. David Brooks, nell’analizzare le motivazioni che hanno portato al fallimento del sistema capitalistico, introduce il concetto di “fiducia sociale”. Dovrebbe essere quest’ultima infatti a fare da collante in una società organizzata. Secondo il citato autore[1]gli occidentali sono caduti nell’errore di considerare la nautra umana in maniera semplicistica distinguendo tra raziocinio ed emotività e prediligendo l’aspetto quantitativo del fenomenico. Eppure esiste un corpus di ricerche interdisciplinari che utilizzano una nuova chiave di lettura che ridà dignità all’imponderabile, ai fattori inconsci e all’aspetto relazionale delle attività umane quasi a rivalutare l’eterno femminino per secoli condannato alla luce di una supposta non validità metodica nella conoscenza del mondo. La novità è che, secondo queste ricerche, la ragione non si contrappone al mondo delle emozioni, le quali anzi connotano ed indirizzano l’attività cognitiva della corteccia cerebrale ampliandone il significato. Viene così spostato l’asse di osservazione dal dato oggettivo all’essere umano che lo percepisce privilegiando l’aspetto qualitativo di ciò che è, ovvero di ciò che esiste davanti ai nostri occhi. Secondo questa nuova visione del mondo, non si parla più di capitale umano in senso stretto ma di una serie di talenti che arricchiscono le competenze e che sono frutto di un modo di amministrare il vissuto personale e professionale con una maggiore lungimiranza. Sotto quest’ottica diventano così rilevanti la capacità di rapportarsi agli altri e di immedesimar visi, di accettare i propri limiti e di gestire i moti dell’anima rendendoli funzionali in tutti gli aspetti della vita (un po’ come gli attori gestiscono le proprie emozioni per indirizzarle alla performance artistica). Ma anche la capacità di lavorare in gruppo, di indirizzare l’innato bisogno di attaccamento approdando ad un rinnovato umanesimo.


[1] “Dalla sintonia al desiderio di infinito ci salveranno le qualità emotive”, La Repubblica, anno 36, num. 78, pp. 37, 38.

Cambiare rotta

Non credo che il capitalismo in sé sia una cosa negativa, credo solo che non sia possibilie ragionare in termini di sfruttamento. Esistono delle realtà economiche e finanziare che fondano il loro operato sulla sostenibilità, e non sullo sfruttamento e su mercati illeciti. Non solo la natura si sta ribellando contro lo sfruttamento miope da parte dell’uomo, ma anche il mercato così come è concepito ha fallito il proprio obiettivo. È chiaro che non si può tornare indietro. La tecnologia è utile, ma è bene inistere sulle fonti alternative di energia, propugnare la raccolta differenziata, concepire i piani regolatori e l’urbanistica in modo che si tenga conto delle esigenze delle famiglie, ragionare in termini di comunità solidali e perseguire il benessere di tutti (non solo economico). Dal momento che l’uomo è ancora un animale sociale, preferire sempre l’aggregazione, non delegare sempre e solo agli oggetti, in quanto è la condivisione del lavoro che rende meno duro quest’ultimo, mentre la solitudine è sempre aberrante e da sempre gli uomini hanno vissuto in gruppiti Al centro di tutto non dovrebbe essere l’accumulo di denaro, ma il reale benessere degli individui, le pari opportunità, la lungimiranza, il buon senso, il lavoro sia nell’accezione intellettuale che fisica. I bambini, col loro modo di essere e di agire, ci costringono a capovolgere le prospettive perché vivono fuori dal tempo secondo ritmi che in ultima analisi sono quelli della natura, sono il microcosmo nel macrocosmo. Appena nati essi ci costringono a dare loro attenzioni continue perché solo così possono sviluppare un’affettività sana, posseggono l’istinto prensile perché per millenni sono stati sempre portati addosso dalle madri, non vedono se non alla distanza che intercorre tra le braccia della madre e lo sguardo di quest’ ultima e gradualmente si aprono al mondo. Come è conciliabile tutto questo con dei ritmi di vita frenetici, spersonalizzanti, avulsi dalla stessa natura umana? Gli esseri dovrebbero appropriarsi della dignità che dà il lavoro (e non le logiche di potere), il contatto con ciò che è dentro e fuori l’individuo, quindi con la natura, con gli altri, con la realtà fenomenica. Quest’ultma spesso ci sfugge, perché per i tre quarti dell’esistenza viviamo nell’affanno continuo. Da piccoli siamo in grado di percepire la realtà così com’è, riprendendo questa capacità solo da anziani, quando ci accorgiamo di quanto ci siamo persi nel corso della nostra vita e, in un anelito di  nostalgia, cerchiamo di recuperare il tempo perduto con i nipoti. Ne vale la pena? Non è il caso di cambiare rotta, abbandonare il cinismo della nostra società e incominciare, una volta per tutte, a vivere? Vale la pena di vivere tutte le stagioni della vita, recuperare i rapporti veri, godere dei frutti del prorpio lavoro, non usare il corpo e la mente a orari; è possibilie raggiungere questo obiettivo? C’è tanta gente che si batte per questo, è necessario che le coscienze si sveglino dal torpore in cui sono precipitate in nome di un finto benessere.


Il senso di appartenenza
Quanti di noi possono dire con certezza di appartenere a una comunità? Quanti di noi si identificano con qualcosa che non sia il proprio nucleo familiare? Anche l’appartenenza a una nazione è qualcosa di elaborato e di non scontato. Una caratteristica dell’individuo occidentale è il suo sentirsi abbandonato dalle istituzioni che dovrebbero, almeno da un punto di vista socio-economico, occuparsi dei bisogni materiali. L’individuo moderno ha perso ogni certezza, ogni supporto, ogni appiglio sia da un punto di vista materiale che affettivo. In questo periodo di crisi diventa importante innescare una serie di progettualità in grado di favorire il rapporto
Tra la gente e la comunicazione reale, solidale ed empatica tra gli individui. Esiste una tendenza in tal senso, anche se si tratta di iniziative ancora sporadiche. La costruzione dei condomini dovrebbe ( in sporadiche realtà è già così) tenere conto della possibilità dei condomini di riunirsi in spazi comuni, contemplando quasi delle agorà (le piazze della Grecia antica), taluni giardini di moderna concezione presentano dei sedili disposti in circolo per favorire la conversazione e questo perché è necessario che si riacquisisca la capacità di relazionarsi anche all’interno del quartiere. Fermo restando che è giusto rafforzare le istituzioni come è giusto tenere conto dei valori della globalità e della multiculturalità, la società dovrebbe conformarsi concentricamente a partire da piccole comunità quali possono essere i condomini solidali o gli eco- villaggi, le stesse realtà di quartiere e la piazza intesa in senso classico come luogo di incontro. Forse il PIL resterebbe fermo ma crescerebbe l’indice di benessere percepito, con una netta diminuizione di casi limite come la violenza, la droga, l’aggressività e le malattive della psiche (forse non solo di quest’ultima). Condividere la realtà quotidiana, sapere di non essere soli al mondo, non vedere il vicino come un nemico renderebbero forse questo mondo leggermente migliore.  


La differenziazione nella società moderna

Si passa alle società funzionalmente differenziate quando i rapporti interpersonali e sociali sono regolati dalla funzione che si svolge e non dall’appartenenza ai ceti. Caratteristica della funzione non è la gerarchia bensì la differenza. Ci si avvia alla costituzione dello stato sovrano caratterizzata, secondo Weber, dalla costituzione del monopolio della violenza legittima (a fini militari e giudiziari) da parte dello Stato, cioè dei suoi apparati funzionalmente differenziati ovvero l’esercito verso l’esterno, polizia e forze dell’ordine verso l’interno.
Questo mutamento è connesso alle trasformazioni della legittimità del potere. Weber individua tre tipi di legittimità: tradizionale, carismatica, legale-razionale (o procedurale), quest’ultima diviene sempre più la forma tipica della legittimità del potere nella società moderna.
Il potere dello stato diventa indipendente da quello della chiesa. Weber ha mostrato come questa indipendenza presupponga l’idea che il bene comune sia l’interesse dello Stato (e non viceversa).
Egli ha poi mostrato come l’etica protestante abbia favorito la mentalità dell’accumulo di beni cosa che ha abituato la gente ad una mentalità acquisitiva e aperta al mutamento e all’innovazione.


Il denaro come regolazione dei rapporti sociali
            Come è stato già rilevato la società moderna è fortemente influenzata dalle leggi di mercato per cui il denaro, in questo contesto, acquista una forte connotazione sociale. Simmel ha definito il denaro come «l’espressione più adeguata del rapporto dell’uomo con il mondo» (Filosofia del denaro, p. 194) nella modernità.
Nelle relazioni mediate dal denaro, l’oggetto della relazione stessa assume un carattere specifico identificandosi come prestazione portando all’ impersonalità. Un’altra caratteristica di questo tipo di rapporti è la possibilità di mettere in contatto persone che nulla hanno in comune rendendo astratta la reciprocità.
In questo tipo di società si ha la stratificazione per classi caratterizzate dalla disponibilità e dal possesso per cui si ha una maggiore mobilità sociale che, a differenza di quella per ceti, permette l’interazione. Con la nascita delle classi medie si è diffusa la cultura di massa. Con quest’ultima i valori vengono relativizzati.
La società moderna, secondo Weber,  perde la prospettiva etica, religiosa, teorica diventando frammentata e con un sistema di valori relativizzati. 

L’identità dell’individuo in rapporto alla differenziazione sociale
Nelle forme della differenziazione precedenti a quella funzionale, la vita sociale degli individui si svolgeva in ambiti ristretti sia da un punto di vista numerico che territoriale. In questo contesto gli individui sono fortemente coinvolti nei rapporti interpersonali che esulano dal carattere della prestazione.
Simmel ha individuato un processo concentrico che nel corso della storia ha portato l’essere vivente da un contesto fortemente interattivo e caratterizzato a un contesto individuale e relativizzato. 
Nel passaggio da una società stratificata ad una funzionale la persona non appartiene non più solo a un gruppo ma a più gruppi o a nessuno. Si perde in definitiva il senso di appartenenza con conseguente decontestualizzazione.
Secondo Simmel “l’individualizzazione delle persone rende dunque le relazioni sociali sempre più astratte ed anche impersonali, ma agisce anche sull’interiorità degli individui, rendendo molto più acuti e complessi i problemi e le esigenze di identità come autenticità e il bisogno di senso della propria vita.”
L’identità diventa quindi un concetto aleatorio e in continuo adattamento con perdita del senso di appartenenza e conseguente solitudine. Solo laddove si condividono valori, spazi e responsabilità possono essere ricinosciuti i diritti all’insegna delle peculiarità degli individui.
È dunque necessario elaborare nuovi modelli che, lungi dall’essere restrittivi delle libertà individuali, portino ad una effettivo vivere democratico, dacché non basta destrutturare le gerarchie ma bisogna prendersi cura del cittadino nelle sue peculiarità riscoprendo una visione etica e sostenibile del vivere civile e moderno.

Interessante è l’esperienza riportata da Willi Maurer nell’intervista dal titolo: “bambini portati, società sana”[1], nella quale egli racconta di quando, nei primi anni settanta, si riunì con altri individui formando un gruppo di 12 tra adulti e bambini per far fronte alle difficoltà dei genitori in occidente:   l’intento era quello di formare una vera e propria comunità di vita e di lavoro improntata a criteri solidali. Come tutti coloro che si ritrovano ad avere a che fare con i più piccoli, anche lui riconobbe la capacità che hanno questi ultimi di far cambiare le prospettive e di portare a una vera e propria crescita interiore. Nel corso di quell’esperimento il gruppo si arricchì della presenza di una madre cilena che teneva sempre con sé il proprio bambino. Si rifiutava categoricamente di usare il passeggino. Questo bambino cileno era molto sereno, prendeva parte attivamente alle attività del gruppo e comunicava mimicamente i propri bisogni alla madre che era pronta a capire immediatamente le esigenze del figlio. Anch’essa era molto serena, evidentemente anch’essa era stata portata da piccola. Quando la donna lasciò il gruppo, una bambina che stava appena cominciando a parlare, disse che si sarebbe chiamata come il piccolo cileno e che sarebbe andata a stare con la donna. La madre della bambina non esitò a lasciarla andare e le preparò lo zainetto con il pigiama e uno spuntino. Dopo due giorni la bimba comunicò al telefono di aver ripreso il proprio nome e di voler tornare. Raccontò che la donna cilena le aveva permesso di poppare al seno, cosa per lei assolutamente nuova. Il fatto però di essere stata presa molto spesso in braccio da piccola le aveva permesso di lasciare la mamma senza temere l’abbandono da parte di quest’ultima. Secondo Maurer la dimostrazione del fatto che i neonati necessitano di essere portati addossi è data dal riflesso di aggrapparsi. Se si osservano le immagini di questi esserini ampiamente ritratti dalla famosa fotografa neozelandese Anne Geddes si può notare che tutti tendono a dormire beati in posizione accucciata a contatto col calore umano. Tornando a Maurer egli asserisce che, se non viene preso in considerazione il bisogno più profondo del neonato, verrà seriamente turbato il suo bisogno di appartenenza. Lo studioso parla di sana e arcaica fiducia ma anche di contrasto alla depressione post- partum che viene meno se si ha la possibilità di ottemperare al bisogno di dare amore e coccole al proprio piccolo al momento giusto e io aggiungerei che in questo modo si forma un adulto completo e realizzato e non un bamboccione che i genitori non vogliono lasciare andare. I neonati non piangono perché hanno le coliche ma perché vogliono sempre il seno (il nostro latte è meno grasso di quello di altri mammiferi ed è quindi necessario attaccare i piccoli con frequenza). La nostra è una società caratterizzata dalla paura dell’abbandono colmata dapprima con ciuccio, biberon, giochini, e, da adulti con fumo, dolciumi, droghe, sedativi o eccitanti, consumo sfrenato, voglia di potere e la assoluta incapacità di “stare”.
“stare” significa non soffrire il vuoto dato dalla mancanza di attivismo, è insomma come l’otium latino, che coincide con la lettura, la meditazione, la creatività, la capacità di comunicare con persone realmente presenti e non attraverso il fitro di cellulari e computer che sono sicuramente utili (tutto è utile) ma il cui uso eccessivo tradisce l’effettiva capacità di comunicare con chi ci sta vicino. La nostra società sarebbe migliore se le madri fossero socialmente portate, sostenute, riconosciute, in modo da far parte attiva della società con i loro bambini. si dovrebbe costruire una società antropocentrica per approdare a un nuovo umanesimo finalmente rispettoso della dignità umana e veramente democratico.


I soldi
La società di mercato fondata sullo scambio di prestazioni e merci ovvero sullo scambio di beni e servizi dietro corrispettivo finanziario o monetario ha spersonalizzato quasi tutte le forme relazionali. Da un lato il libero mercato costituisce un elemento di chiarificazione dei rapporti regolati in maniera inequivocabile, dall’altro lato rende l’individuo pressato dalla continua necessità di prcacciarsi il denaro dal momento che non sempre le politiche di welfare e di pari opportunità sono attuate. Visto che non è il caso di tornare alla società fondata sul baratto (ritengo infatti che il progresso sia comunque un opportunità) è necessario potenziare quelle politiche atte a dare a tutti la possibilità di vivere veramente dignitosamente. Tuttavia non basta dare solo capitale, lavoro, istruzione (cose che comunque ritengo fondamentale), in quanto impostare i rapporti sulla solidarietà intesa come scambio solidale di prestazioni, aver chiaro che il dictat della costituzione italiana secondo cui la famiglia è il fulcro della società e va quindi sostenuta in maniera reale ed efficace, significa abbattere il muro che il denaro ha elevato tra le persone le quali non vanno considerate come individui ma elementi della società intesa come comunità. Il vincolo di cui si è parlato sopra è il mezzo per tornare a rendere i rapporti tra le persone umani e accorciando le distanze e l’impenetrabile incomunicabilità che, paradossalmente, nell’era della comunicazione, la fa da padrona. Tengo a ribadire che non sono contro il capitalismo ma che è necessario parlare in modo sempre più pressante e urgente di economia, stili di vita e rapporti sostenibili che oggi, di fronte all’economia come si è sviluppata fin’ora, si rendono alternativa necessaria per far fronte al fallimento della fruizione del denaro fine a sè stessa. Se si diventa consapevoli del fatto che il fine della società non dev’essere l’accumulo di capitale ma il benessere vero delle persone, il mercato stesso cambia connotazione.



[1] Cfr. Willi Maurer: bambini portati, società sana (pubblicato in AAm terra nuova), Aranno, 27-01-01.

La differenziazione nelle società pre-moderne

La struttura delle  società tribali (o segmentarie)
La società tribale rappresenta, senza ombra di dubbio, il tipo di società pù semplice di cui si abbiano informazioni. La sua unità di base è costituita dalla famiglia. Un insieme di famiglie forma la banda nella quale esiste una semplicissima divisione in ruoli, l’uomo caccia la donna racoglie. Le varie bande allacciano rapporti al momento in cui si costituiscono nuovi matrimoni e da tali legami nscono le tribù. In questo tipo di società non esiste diseguaglianza di tipo gerarchico ma solo di tipo funzionale. L’estenzione territoriale della tribù è il villaggio. Quando l’aumento delle risorse porta a una maggiore densità della popolazione e l’equilibrio tra risorse e popolazione si altera, si creano nuovi villaggi. Nella società tribale non si crea plusvalore per cui non viene accumulata ricchezza e non esistono le problematiche relative all’eredità. Le famiglie sono sostanzialmente uguali.
In queste comunità si vive nel hic et nunc, ovvero nel qui e ora.[1]Tutte le difficoltà vengono risolte con l’aiuto reciproco cosa che crea un vincolo affettivo che va al di là del puro scambio di prestazioni. Se un individuo aiuta un altro a costruire una casa, esso non riceverà necessariamente aiuto immediato ma solo laddove serve e quando serve, per cui il tipo di prestazione è indifferente. Ciò che conta è il vincolo che si è creato che porta a uno stile di vita solidale a prescindere dal tipo di prestazione.
Le diversità di fabbisogno possono essere livellate nel corso del tempo e in tal modo la reciprocità costituisce una istituzione efficace nel fronteggiare la scarsità di beni e risorse che è tipica delle società segmentarie. Tanto più stretto è il rapporto tanto più è indifferente il modo in cui verrà ricambiato l’aiuto. Questo tipo di società mira sempre, attraverso la reciprocità, a conservare l’uguaglianza per cui queste società sono costruite per restare così come sono.

La nascita delle città
È con l’invenzione della scrittura che si comincia a comunicare senza aver bisogno di essere in contatto diretto. Ciò ha portato alla differenziazione centro-periferia. Questo perché sono cresciuti i beni alimentari a causa della diffusione della pratica dell’agricoltura,per cui siè creato un surplus permettendo di vivere anche al di fuori del dover lavorare la terra e quindi permettendo la nascita di nuove attività.
 Nasce la religione intesa come forma di potere e attorno al tempio si forma la città che domina da vari punti di vista la campagna circostante ad essa asservita.
Le prime città corrispondenti a tale definizione nascono in Mesopotamia. Si istaura una relazione di interdipendenza tra il mondo rurale e quello urbano il quale ne organizza le attività tramite la costruzione e gestione dei canali di irrigazione, acquisto, in luoghi lontani, dei beni e delle materie prime non prodotti dalle campagne, ma necessari per la vita della città e/o per i lavori agricoli. Nasce così l’elite che a poco a poco si differenzia in nobiltà.
Da qui prendono forma i grandi imperi sotenuti, a livello organizzativo, dalla burocrazia. Con le grandi guerre vengono deportati gli schiavi il ché permette la crescita dei grandi imperi. Una variante a queste forme di potere è quella delle città stato greche dove i filosofi e i profeti, con la loro capacità di analizzare la società, acqustano prestigio.

Le società stratificate in caste o in ceti
Nella società stratificata si forma la gerarchia di strati chiusi gli uni agli altri. Si costituiscono così caste e ceti caratterizzati entrambi dall’uguaglianza interna e dalla disuguaglianza esterna. Ogni stratificazione si distingue per ricchezza, prestigio e potere. Ovvero per la possibilità di possedere e controllare beni, risorse simboliche e culturali col prestigio e di controllare gli altri che devono obbedienza.

I ceti nell’Europa premoderna
Col crollo dell’Impero romano si ha una crisi in europa della forma della differenziazione centro-periferia con la ripresa della forma di società segmentarie tipiche dei cosiddeti barbari. Dall’interazione tra la cultura romana e quella germanica emergerà un nuovo tipo di differenziazione sociale che è quella feudale. Weber ha distinto due tipi ideali di feudalesimo. La forma occidentale fondata sulla concessione dei feudi, e quella orientale. La prima si caratterizza per: a) poteri di governo locale; b) diritti di tassazione e  c) poteri di comando militare.
La società delle corti compenetra quella segmentaria e quella stratificata. La famiglia del nobile, ad esempio, non è costituita solo dai parenti che appartengono allo stesso strato, ma anche dai domestici, servitori ecc. che coabitano con lui pur appartenendo a strati inferiori.
In India il concetto di casta ha una valenza filosofico-religiosa dal momento che solo se si è fedeli agli obblighi connessi all’apprtenenza ad una casta ci si potrà renincarnare in una condizione superiore. Questo stato di cose favorisce l’immutabilità e una grande resistenza dei valori tradizionali.
In Europa la società di ceto combina elementi di vincolo a posizioni sociali date con aspetti e fattori che favoriscono l’individualizzazione: dall’importanza della fedeltà personale nel sistema feudale, ai caratteri di autonomia politica ed economica delle città rispetto alla campagna, all’importanza assegnata alla responsabilità individuale dal cristianesimo bontempi. Ne deriva un complesso sistema che porterà gradualmente a partire dal XV-XVI secolo, a una spinta verso  l’individualizzazione grazie a: la riforma protestante, la rivoluzione industriale, le rivoluzioni politiche inglese, americana e, soprattutto, francese, che, in un processo di democratizzazione, porterà alla società moderna caratterizzata da una forte differenziazione.


[1] Parsons: le variabili strutturali dell’azione sociale di tipo espressivo

La differenziazione della società

Il diverso modo con cui si struttura la società può essere visto da diversi punti di vista. Le varie forme sociali, col mutare delle esigenze e della complessità intrinseca ad esse, si sono, nel corso della storia, differenziate in vari sensi adattandosi a nuove esigenze e a mutate contingenze storiche. Per questo sono state individuate  quattro forme di differenziazione della struttura sociale[1] di seguito elencate:

1)                 Differenziazione segmentata
2)                 Differenziazione centro-periferia
3)                 Differenziazione stratificatoria
4)                 Differenziazione funzionale

La differenziazione segmentata riguarda aspetti parziali della società ovvero la distinzione in gruppi distinti in base alla discendenza (tribù, clan, famiglie) o distribuiti da un punto di vista territoriale (villaggi o case).
La differenziazione centro-periferia contrappone l’ambiente rurale a quello urbano. In seno all’ambiente urbano si crea a sua volta un’ulteriore differenziazione che consiste nele stratificazione in clasi e nella gerarchizazione.
 La differenziazione funzionale ha a che vedere con una divisione in sitemi parziali in base alla funzione da essi ricoperta : il sistema politico, il sistema economico, il sistema della scienza, il sistema dell'arte, il sistema giuridico, il sistema dell’educazione, le famiglie, la religione.


[1] Marco Bontempi, Corso di sociologia, le forme della differenziazione sociale, consultato su internet il 09/06/10.


Il concetto di dono

Il dono non è una peculiarità di un periodo storico. Tuttte le società hanno sempre messo in atto questa pratica. In era primitiva esistono dei meccanismi volti ad allacciare alleanze tra tribù tramite il dono di suppellettili varie ammantando tale pratica di un significato rituale. Nel mondo antico i più ricchi donavano alla colletività strutture pubbliche di vario tipo. Nel Medioevo le chiese erano costruite grazie a ricchi finanziamenti da parte di importanti anfitrioni. Anche l’assistenza ai poveri rientra in queste pratiche caratterizzate dal dare. In determinati casi la pratica del dono serve da collante sociale diventando un fattore essenziale nella creazione dell’identità (io mi identifico con una comunità basata sullo scambio reciproco. Quindi sono nella misura in cui dono, e non nella misura in cui consumo o accumulo beni materiali). Laddove il dono è una componente della società ciò che conta è il vincolo che si instaura tra chi dona e chi riceve, per cui ciò che conta non tanto lo scopo del dono ma il fatto di aver donato che diventa valore in sé stesso. Quindi il fine ultimo non è il valore o l’utilità dell’oggetto del dono ma l’essere umano. Fautori di questo tipo di umanesimo erano Marx, Nietzsche e Freud in quanto consideravano l’essere umano come fine ultimo, e non il capitale o l’accumulo di beni. Personalmente non credo che il capitalismo debba essere debellato come un virus, credo piuttosto che anche l’uso del denaro e l’economia in genere debbano essere finalizzati al bene di tutti o comunque non debbano poggiare le basi sul sopruso, sulla violenza, sullo sfruttamento. Credo, in definitiva nell’economia sostenibile e credo che si tratti di una scelta attuabile la quale non porterebbe sicuramente ad un accumulo eccessivo di ricchezza concentrata nelle mani di pochi ma ad un benessere comunque diffuso e ben distribuito.

Il concetto di reciprocità

In antropologia culturale e in sociologia, il termine “reciprocità” è strettamente collegato al concetto di “scambio” di merci e lavoro assumendo così una connotazione economica e introducendo a un sistema economico fortemente contrapposto al capitalismo. Nella società industriale la reciprocità non va oltre i legami familiari mentre nelle società tradizionali essa è una costante di gruppi allargati (clan, tribù) ed è strettamente collegata alla fiducia e alla territorialità, nel senso che, affinché essa possa attuarsi, è necessaria che vi sia un gruppo di persone distribuite in un territorio non troppo esteso e ben definito legate da un rapporto di massima fiducia e conoscenza. La reciprocità è dunque una componente distintiva non solo delle tribù o dei clan, ma anche di un nuovo tipo di comunità che si sta diffondendo anche da noi in occidente ed è regolata da questi principi.
Da un punto di vista etimologico la parola “reciprocità” deriva dal latino rectus-procus-cum, che significa “ciò che va e che torna vicendevolmente”. La reciprocità è diretta quando una persona offre qualcosa ad un’altra la quale ricambia o con una prestazione uguale (come nei contratti) o con una prestazione non equivalente come accade, per esempio nel rapporto di amicizia. La condicio sine qua non della reciprocità è che l’erogatore del favore ritenga adeguata la risposta del destinatario altrimenti la reciprocità non può essere durevole nel tempo e non può dunque affermarsi come norma sociale. In antitesi col concetto di fiducia è quello di utilitarismo, in quanto affinché vi sia reciprocità deve esservi la possibilità di erogare un dono che instauri un rapporto duraturo, denso di significati affettivi e tale dono non può essere fatto solo per ottenere un beneficio fine a sé stesso e, appunto, utilitaristico. Al centro delle società arcaiche è sempre e comunque l’essere umano e non la ricchezza che dev’essere accumulata. L’oggetto, il bene materiale, il servizio etc. sono in funzione dell’uomo. Oggi si fa sempre più spazio la necessità di creare un’indice del benessere effettivo della gente che non è più quantificabile in ordine di PIL (prodotto interno lordo).

Francesca Della Puppa[1] definisce l’ “Occidente” come “società atomistica” intendendo con ciò tutti quei paesi privilegiano  l’individuo rispetto alla comunità. Le società campo, al contrario, sono quelle in cui l’individuo si connota solo in quanto appartiene ad una collettività. L’occidente, secondo quest’ottica squisitamente antropologica, è visto come una società complessa in cui determnante è la componente tecnologica. Nelle culture tradizionali l’apprendimento si basa sull’imitazione e sull’osservazione e da tale metodologia si ha un incremento dell’intelligenza spaziale, corporeo-cinestesica, interpersonale, piuttosto che l’intelligenza linguistica scritta o l’intelligenza intrapersonale. Secondo Stefano Bartolini e Renato Palma[2]  la modernizzaione ha portato all’inseguimento della chimera del benessere economico che avrebbe condotto al conseguimento di una vita qualitativamente migliore. La crescita economica che si esprime, statisticamente, nell’aumento del PIL pro-capite (Prodotto
Interno Lordo), considera solo ciò che passa dal mercato, ovvero ciò che ha un prezzo e che viene
comprato e venduto. Quindi dal punto di vista degli economisti, la crescita consiste nell’aumento della disponibilità di beni che passano dal mercato. Il PIL trascura infatti ciò che non vi passa. Se però è vero che un gran numero di persone, malgrado tutto, non ha la percezione di uno stato di benessere, bisogna considerare dei fattori che nulla hanno a che vedere col mercato e che tuttavia sono determinanti nella percezione di benessere. “il punto non è” dicono i due autori, “che l’accumulazione di beni sia ininfluente sul benessere, ma che essa sia stata perseguita attraverso un modello sociale distruttivo sul piano relazionale ed affettivo oltreché ambientale, per poter generare significativi aumenti di benessere, una volta liberata la società dalla stretta dei bisogni primari”. Ciò che oggi non si prende in considerazione è la componente biologica degli individui che include  il senso della possibilità ovvero la capacità di essere artefici, sia in ambito comunitario che personale, del proprio benessere compenetrando i bisogni del singolo con l’ambiente sociale ed economico. Al contrario gli occidentali vengono educati ad adattarsi alla ambiente sociale ed economico venendo meno alla componente propria dell’uomo: la creatività. Lo sforzo costante di modellare l’individuo per allontanarlo dalla sua reale natura porta ad un’enorme fatica che alla lunga si mostra controproducente.
Il fatto poi che l’uomo moderno abbia più tempo libero è in realtà una promessa disattesa giacchè sono talmente tante le energie vitali assorbite dall’attività lavorativa che paradossalmente di tempo se ne ha sempre poco.
L’uomo moderno ha l’orologio mentre in passato si aveva il tempo. La fretta mina la capacità di riflettere, di relazionarsi, di analizzare efficacemente la realtà e, in ultima analisi, di creare e generare cambiamenti.
“L’aumento del potere di acquisto e quindi della disponibilità di beni ha portato a soddisfare alcuni bisogni senza che il bsogno primario di relazione sia stato soddisfatto, per cui poco spazio si è dato alla creazione di istituzioni in cui gli individui possano avere relazioni che
gli consentano di sentirsi bene.”[3]
Già agli albori della rivoluzione industriale gli intellettuali gridarono alla devastazione dei legami sociali e affettivi. Sembra che con la crescita economica venga meno la capacitàdegli individui di agire in modo solidale. Ovvero di agire insieme, collaborando e non come atomi contrapposti. Infatti una società di mercato pone le proprie basi sul conflitto d’interessi (tra competitori, tra compratori e venditori, tra capitale e lavoro all’interno delle imprese), e costringe gli individui a prediligere il vantaggio personale. Invece nelle società tribali il risultato del lavoro del singolo è legato a quello del gruppo. È immediato pensare che la caratteristica fondamentale dell’occidentale sia l’agressività e la sfiducia con le conseguenze ovvie che si hanno sul piano personale. In tutto questo si inserisce la necessità di andare sempre di fretta perché il tempo è denaro e non va sprecato. I bambini non acora permeati dall’adulto hanno invece istintivamente il senso del tempo visto come possibilità, quindi come libertà di organizzare la propria vita. Ma gli adulti sono stati forgiati a muoversi di fretta e cercano di regolare i ritmi alimentari e di sonno dei bambini, al di là dei veri bisogni.  Questa altro non è che una logica di potere laddove l’adulto cerca di imporsi sul bambino costringrndolo ad andare contro sé stesso.
Il tempo diviene così un nemico e non il luogo per creare ed essere responsabili. collaborando e non come atomi contrapposti. Infatti una società di mercato pone le proprie basi sul conflitto d’interessi (tra competitori, tra compratori e venditori, tra capitale e lavoro all’interno delle imprese), e costringe gli individui a prediligere il vantaggio personale. Invece nelle società tribali il risultato del lavoro del singolo è legato a quello del gruppo. È immediato pensare che la caratteristica fondamentale dell’occidentale sia l’agressività e la sfiducia con le conseguenze ovvie che si hanno sul piano personale. In tutto questo si inserisce la necessità di andare sempre di fretta perché il tempo è denaro e non va sprecato. I bambini non acora permeati dall’adulto hanno invece istintivamente il senso del tempo visto come possibilità, quindi come libertà di organizzare la propria vita. Ma gli adulti sono stati forgiati a muoversi di fretta e cercano di regolare i ritmi alimentari e di sonno dei bambini, al di là dei veri bisogni.  Questa altro non è che una logica di potere laddove l’adulto cerca di imporsi sul bambino costringrndolo ad andare contro sé stesso.
Il tempo diviene così un nemico e non il luogo per creare ed essere responsabili.


[1] Francesca Della Puppa, società , sistemi e metodi a confronto: consultazione internet del 16/07/10.
[2] Stefano Bartolini e Renato Palma, Economia e felicità: una proposta di accordo: consultazione internet del 09/06/10.

[3] Cfr. Stefano Bartolini e Renato Palma, Economia e felicità: una proposta di accordo: consultazione internet del 09/06/10.


Uno sguardo al passato

Nel passato della civiltà occidentale c’è sempre stato uno iato profondo tra il modo di vivere la maternità nelle classi più elevate e l’essere madre negli altri strati della società.

“mentre la moglie aristocratica  è stata a lungo una vera e propria macchina per fare figli, nella famiglia artigiana e contadina la moglie è il più delle volte un’attiva cooperatrice nell’attività del marito. (...). I Libri di famiglia dei mercanti fiorentini del XIV e del XV secolo (...) sono un esempio significativo di cosa voglia dire per il legame madre-figlio la subordinazione femminile al ruolo coniugale: un’aperta sconfessione del ruolo materno ottenuta attraverso la brutale cesura tra la madre e il neonato all’indomani della nascita.”[1]
Alla fine del Medioevo e nella prima età moderna le madri delle famiglie artigiane provvedevano all’andamento economico delle botteghe sacrificando a questo impegno il tempo da dedicare ai figli e quando questi, un pò più grandi, erano presenti nella bottega venivano guardati con sospetto. Era poi preferibile che un neonato venisse dato a balia, dal momento che lo stare sempre a fianco della madre era ritenuto foriero di pigrizia e di vizi. La misoginia più o meno latente nella storia dell’occidente è evidente nelle righe che seguono:

E’ pericoloso lasciare al loro giudizio (delle madri) la designazione del nostro successore, secondo la scelta che esse faranno dei figli, che è sempre ingiusta e cervellotica. Di fatto quel desiderio sregolato e quel gusto malato che hanno al tempo delle loro gravidanze, lo hanno nell’anima in ogni tempo. (...). di fatto, non avendo abbastanza forza di ragione per scegliere e abbracciare quello che lo merita, esse si lasciano andare più volentieri dove le portano le sole tendenze naturali.[2]

Tale  misoginia ha finito per incidere enormemente e negativamente sul rapporto madre-figlio e sullo svilimento della maternità che è invece una funzione essenziale di qualunque società. La misoginia del passato ha posto le fondamenta per una concezione tipica dell’età moderna e contemporanea della maternità vista come fonte di alienazione, regressione nel privato e solitudine.[3] Il più delle volte accade proprio questo; le donne si ritrovano sole e, ancora oggi, divise nel loro ruolo professionale e sociale e in quello di madri. Quindi già a partire dall’organizzazione del mondo del lavoro, la donna dovrebbe essere messa in condizione di lavorare dentro e fuori casa serenamente, senza dover rinunciare a niente, ovvero senza dover rinunciare al suo desiderio di maternità, alla voglia di affermarsi nel lavoro, al bisogno di avere contatti sociali.   



[1] Marina D’Amelia, Storia della maternità, pag. 7.
[2] Marina D’Amelia, Storia della maternità, pag. 9.

[3] Marina D’Amelia, Storia della maternità, pag. 288.

Crescere nelle diverse organizzazioni sociali

“L’uomo è un animale sociale” sosteneva Aristotele. Questo basandosi sul presupposto che la specie umana è solita riunirsi in agglomerati di varia natura i quali nel corso della storia hanno assunto connotazioni diverse. Una delle forme di aggregazione più antiche e dai diversi significati antropologici e politici è quella della tribù. Essa è caratterizzata da un insieme di individui accomunati da uno stesso modus vivendi e da una stessa lingua. Il concetto di tribù esula da un’omogeneità territoriale dal momento che può capitare che più sottogruppi della stessa tribù siano stanziati in zone relativamente lontane le une dalle altre[1].
A livello politico si contrappone a quello di tribù il concetto di stato in quanto quest’ultimo si fonda su un ordinamento ben definito anche se il dibattito su tale distinzione è ancora acceso. Non si pensi però che la storia dell’occidente non sia connotata da origini tribali giacché del fenomeno si ha notizia già nell’antica Grecia. La tribù era nota col nome di Bulè ( βυλή) e col tempo acquistò anche un carattere politico. L’aggregazione sociale di base era la famiglia, detta oikos (οĩκος). Quando cominciarono a costituirsi delle organizzazioni superiori alle tribù di natura politica, i vari organi di potere erano costituiti dai vari rappresentanti delle tribù.
Per quanto riguarda gli antichi romani, tre erano le tribù più importanti e riportavano il nome di ramnies, luceres e tities. A poco a poco il numero di questi agglomerati aumentò finché tutti gli italici vennero suddivisi in tribù le quali erano censite dai centuriones. Col tempo la frammentazione eccessiva della popolazione rese complicato il lavoro dei centuriones, cosa che portò, nel I secolo a.C. all’istituzione del municipium, al fine di meglio amministrare la popolazione la quale, tuttavia, rimase suddivisa in tribù almeno a livello politico. In epoca repubblicana il territorio occupato era collegato con la religione e ciò è una caratteristica delle società tribali. Il territorio era il luogo in cui erano seppelliti gli antenati e quindi era un luogo sacro. Tornando al concetto di tribù in generale, esse si basano su un’organizzazione di tipo solidale e spesso sono strutturate in modo egalitario. È difficile che nelle tribù esista il concetto di proprietà e le difficoltà a cui devono far fronte gli individui vengono risolte praticamente dal gruppo. Secondo Goldsmith "...in un sistema autoregolato, il comportamento che soddisfa i bisogni delle parti differenziate soddisfa anche quelli del tutto"[2] Sempre Goldsmith parla di domanda ecologica, ponendosi, in tal modo, in netta antitesi alle teorie di mercato. La tribù ruota, il più delle volte, attorno al villaggio il quale diventa il centro delle attività del gruppo e nel quale tutti sono responsabili di tutti, ancorati ad un forte senso di appartenenza a un’identità collettiva che non ammette crisi di nessun tipo. L’individuo viene lasciato solo in casi specifici ma può sempre contare sulla solidarietà del gruppo. In questi contesti non esistono le nevrosi tipiche della nostra società anche se difficilmente noi saremmo in grado di adattarci al loro stile di vita. Tuttavia nasce spontanea la riflessione sul fatto che, se è vero che la parola depressione non è nemmeno contemplata da un punto di vista meramente linguistico, probabilmente, in una società altamente complessa come la nostra, in cui il problema maggiore a cui  portato l’individualismo sfrenato è quello della solitudine della persona, si potrebbe giungere ad una riformulazione di stili di vita che sempre più sembrano portare all’isolamento, anche se si parla di villaggio globale e di agorà virtuale.

Nella società patriarcale tipica dell’epoca pre-industriale l’individuo non era mai lasciato solo, tuttavia il rovescio della medaglia di uno stile di vita improntato alla condivisione e alla solidarietà era il fatto che forte era la misoginia. Nelle lotte femministe uno dei punti nodali è stato costituito dalla necessità di abolire la suddivisione dei ruoli. In realtà lo stato di diseguaglianza è dato da un’organizzazione gerarchica della comunità che finisce con lo svilire determinati compiti. Le famiglie di tipo patriarcale sono paragonabili, per grandi linee,  ad un tipo di comunità tipico del regno animale: il branco.
Nel branco esiste il maschio alfa ovvero il capo, il più forte, il detentore di tutti i privilegi.
Nelle società patriarcali c’è il pater familias e, per quel che concerne il rapporto tra le donne, è la madre del pater familias a tessere le fila di qualsiasi evento e reggere l’andamento della vita dei singoli. Quindi non vi è alcun tipo di egalitarismo ma un sistema basato sulla ricerca spasmodica del potere. Questo paradigma si applica a tutti i rapporti nel mondo occidentale e finisce per creare, nell’individuo, una dispersione delle energie che alla fine lo svuota e che, se non viene raggiunto l’obiettivo prefissato, finisce per portare a un forte senso di frustrazione. l’unica cosa che avevano in comune le famiglie allargate di un tempo con certi sistemi tribali era la possibilità per i bambini di crescere assieme in un mondo agreste e di responsabilizzarsi dando luogo ad un effettivo processo di maturazione. Nel mondo industrializzato sembra invece che la cosiddetta sindrome di Peter Pan sia un status, un dato di fatto, con la conseguenza che si è giovani fino a quarant’anni, non si accetta più alcun tipo di sacrificio, si è consumisti e incapaci, in ultima analisi, di gestire determinati fattori portatori di stress. Come è noto la congiuntura economica non è delle migliori e questo nuovo stato di cose sta lentamente portando a delle rinunce che alla fine mettono in crisi chi non è abituato a fare a meno di determinati standard. Il cittadino medio si lamenta di dover rinunciare al cinema del sabato sera, quando ci avviamo all’esaurimento delle risorse energetiche per cui, se non si riesce ad dare una svolta effettiva al sistema produttivo globale, saranno ben altri i problemi a cui dovremo far fronte. Sono dell’avviso che dovremmo a riuscire a trovare un nuovo tipo di impegno già a partire dall’educazione dei nostri figli, che sono, per il genitore occidentale medio, sempre troppo piccoli per qualsiasi cosa e sempre sottovalutati. Nelle civiltà in via di sviluppo i bambini più grandi si occupano dei più piccoli col risultato che essi crescono più forti, maggiormente in grado di risolvere i problemi di emergenza e in ultima analisi più creativi, in quanto l’ingerenza dei genitori è ridotta al minimo. Non è inusuale, in questo tipo di comunità, vedere bambini di quattro anni che prendono in braccio i più piccoli, di loro spontanea volontà e che posseggono un’attitudine a quello che nel mondo del marketing è noto come capacità di problem solving, molto spiccata. Eppure spesso gli stessi bambini giocano con una palla improvvisata mettendo in atto virtuosismi fisici e di palleggio degli dei grandi giocatori professionisti. Il nostro modo di approcciarci ai più piccolo come a degli esseri dipendenti in tutto e per tutto, finisce per fare venir sù degli adulti insicuri e immaturi che non sono in grado di liberarsi dalle difficoltà senza ricorrere allo spreco e al consumismo. Quando il lattante ha bisogno del contatto fisico con la madre, lo si mette giù con la convinzione che tenendolo in braccio lo si vizi; quando, a circa sei mesi, il piccolo manifesta l’esigenza di esplorare il mondo circostante, lo si vincola tra le sbarre di un lettino o di un box per paura che egli si faccia male (e per delegare a dei freddi oggetto tutta la responsabilità). Se è vero che l’uomo è un animale sociale, l’interazione col mondo circostante e con gli altri esseri viventi deve essere continua e senza rotture traumatiche, sì da far crescere un individuo sereno ed equilibrato. Non di rado si vedono bambini che non vogliono liberarsi del ciuccio e del biberon per ché non hanno risolto il naturale e atavico bisogno di contatto e rassicurazione; molti vizi che ci portiamo da adulti vengono dalla necessità di rassicurazione che non è stata risolta quando eravamo in fasce. Un bambino portato addosso o tenuto in braccio nel momento di bisogno o comunque un bambino allattato, avrà anche soddisfatto la necessità di estrinsecare l’istinto materno, per cui non sarà eccessivamente al centro delle attenzioni, non subirà una visione delle cose quotidiane di tipo sensazionalistico
(braavo! Che puzza la cacca! Guarda che bello!) ma vivrà in un mondo emotivamente equilibrato facendo parte della vita quotidiana dell’adulto e  la riterrà una cosa naturale senza aver la pretesa di essere al centro costante dell’attenzione e diventare in tal modo un piccolo tiranno. Quando questo bambino si troverà di fronte a una finzione rappresentativa (gioco, teatrino etc.) o sarà coinvolto nel ballo o/e nel canto insieme agli altri, sarà felice di esprimere se stesso, imparare, sognare, partecipare e apprezzare il bello.

Nella maggior parte dei casi, nascere in occidente o per lo meno venire alla luce in una realtà urbana comporta il fatto che ci si trova con la madre e, anche se non sempre, il padre. Non si vive in un contesto comunitario, almeno finché non si è scolarizzati, per cui diventa inevitabile essere al centro dell’attenzione da parte dell’adulto incaricato delle funzioni inerenti l’accudimento. In questo modo sia l’adulto che il bambino sono limitati dal momento che entrambi hanno bisogno di relazionarsi con altri. Si viene a creare così una sorta di conflitto tra esigenze differenti per cui l’adulto spesso non riesce ad espletare la funzioni più elementare e il bambino non trova sfogo nel relazionarsi con altri bambini. È pur vero che se i genitori riescono a portare il bambino piccolo il più possibile addosso, esso si abituerà a fare esperienza e ad osservare il mondo circostante dal dorso del genitore portatore e non sarà costantemente al centro dell’attenzione, col risultato che, una volta che il piccolo comincia a imparare a muoversi da solo nello spazio circostante non dovrà necessariamente essere costantemente seguito dall’adulto costretto a intrattenerlo. Inoltre se, con le dovute cautele, si permette al bambino di manipolare gli oggetti fin da neonato, col tempo egli smetterà di interessarsi a quegli oggetti che avranno perso il carattere di novità. Esempi pratici di quanto fin qui asserito: quando era molto piccola mia figlia, che adesso ha tre anni, mi chiedeva spesso le salviette umidificate per giocarci. Io la accontentavo non facendo mistero, nei limiti del possibile, nemmeno del contenuto dei cassetti. All’età di un anno e mezzo circa essa aveva perso l’abitudine di tirar fuori tutto dai cassetti e dagli sportelli. In più ho sempre cercato di coinvolgerla in ogni aspetto della quotidianità senza relegarla al “mondo dei bambini”. È però fondamentale che non passi il messaggio oggi abbastanza diffuso che, per passare piacevolmente il tempo, i piccoli abbiano necessariamente bisogno di giocattoli sempre nuovi, e che essi debbano avere sempre a disposizione un adulto pronto a farli divertire come fosse un giullare, magari mettendo da parte le normale incombenze quotidiane. Il bambino deve imparare che ci sono delle regole, che non vi sono persone al suo servizio, che deve essere lui ad andare dall’adulto che se ne occupa quando viene chiamato, che deve mangiare nel luogo deputato ai pasti, e sempre il bambino deve seguire l’adulto. Se si cresce in maniera responsabile, non si scappa e non si trasgredisce al momento in cui ci si percepisce liberi da controlli eccessivi. Perché si possa attuare questo sistema educativo è necessario il coinvolgimento di tutti giacché se la madre cerca di crescere un bambino equilibrato, in un ambiente sereno e poi i conoscenti si rendono veicolo di messaggi contraddittori, l’unico risultato che si ottiene è quello di disorientare il piccolo. Riguardo alla necessità di allevare bambini molto piccoli in un contesto comunitario, (cosa che allevierebbe di molto il compito dei genitori e renderebbe sicuramente più stimolato ed equilibrato il bambino), oggi è veramente difficile attuare questo stato di cose. Se è vero infatti che uno dei problemi più diffusi dei genitori è quello di avere aiuto e sostegno in casa, è pur vero che è molto difficile superare le diffidenze e le differenze per creare gruppi familiari affiatati e solidali. Insomma la tribù non esiste più. Se è per questo non esiste neanche il condominio. Mi spiego: quando ero piccola vivevo in un condominio popolato da genitori più o meno coetanei con figli più o meno coetanei e in più avevamo la fortuna di possedere un giardino condominiale. Allora era normale, per le madri, prendere un caffè insieme o aiutarsi nel fare la spesa, mentre noi giocavamo assieme in giardino mentre d’inverno ci si riuniva a turno negli appartamenti di ciascuno. A volte si studiava persino insieme e insieme si guardavano i cartoni animati. Ancora oggi le nostre madri si riuniscono e si incontrano nel supermercato sotto casa. Alcune di queste madri erano delle lavoratrici, altre no. Era soprattutto un fatto di affinità. Ai giorni nostri il computer la fa da padrone e la comunità è diventata globale e virtuale. Questo dato di fatto non ha necessariamente una valenza negativa ma non basta. Quanti di noi genitori, iscritti a forum, blog, social network, creatori di siti on line per genitori, non riescono a collegarsi in modo costante semplicemente perché non ne hanno il tempo? Perché questo tempo è fatto di : spesa, ufficio, accudimento dei figli e quant’altro. Se la condivisione fosse anche di natura pratica, il supporto morale verrebbe da sé (e ci sarebbero meno rimproveri nati semplicemente dalla stanchezza e dai tempi ristretti degli adulti con conseguente maggiore serenità di grandi e piccoli). Il problema è: come trovare la propria “tribù” da momento che anche le amicizie sono spesso ampiamente dislocate nel territorio ed è per giunta difficile incontrarsi?

A proposito del confronto tra le società tribali e quelle occidentali il vincitore del premio Pulitzer Jared Diamond, biologo e evoluzionista americano oggi docente di geografia e scienze ambientali all’UCLA sostiene, nella sua opera dal titolo “Collasso”, che a determinare la crescita e la conseguente (in ordine temporale) decrescita che porta appunto al collasso di una civiltà, sarebbero sia fattori esogeni come la posizione geografica e comunque l’ambiente, sia fattori come il cattivo uso delle risorse. Egli dunque analizza l’andamento storico delle civiltà da un punto di vista deterministico ponendo la società umana in un contesto integrato nella situazione ecologica del pianeta e quindi dipendente da quest’ultima situazione. In tal modo a sopravvivere sarebbero quelle realtà in grado di adattarsi meglio alle condizioni ambientali. Introducendo questo concetto egli deresponsabilizza i fattori culturali a favore di quelli ambientali. Le conseguenze di tale convizione aprono un vivace dibattito culturale, prima che scientifico sulla problematica ambientali che oggi affligge l’umanità. È assodato che gli eventi storici, le guerre e lo sviluppo delle civiltà siano stati influenzati dalle posizioni geografiche delle varie società umane. Negli studi degli scienziati occidentali non sono tuttavia state prese in considerazione le motivazioni assolutamente opposte di civiltà avulse dalla notra: le cosiddette società tribali. Esse sono mosse da una concezione animistica della natura, quindi anti- materialista, secondo la quale l’anima dei luoghi attira o meno un popolo determinandone le scelte.  Se si vuole capire come compenetrare l’apporto positivo che due visioni del mondo completamente opposto come quella occidentale e quella di altre civiltà possono dare, è necessario coglierne le peculiari differenze e una di queste è appunto il rapporto con l’ambiente. Ci troviamo dunque di fronte a una natura vista come pura materia e a un’ambiente provvisto di anima. Alla luce di questo credo anche le scelte politiche vengono adottate basandosi su tali criteri. Ciò spiega perché molti popoli vivano in condizioni climatiche e territoriali avverse. Il luogo in cui queste società vivono da tempi immemori si connota di un significato simbolico che ha più a che vedere con l’inconscio piuttosto che con la razionalità. Ogni gesto, ogni aspetto della vita di questi individui è regolato da leggi non scritte ma molto forti e motivanti in quanto fortemente sacre, rituali e, se vogliamo, propiziatorie. L’essere umano, nella sua totalità, nei suoi gesti anche quotidiani, diventa il sacro nel sacro e quindi degno di rispetto. Anche certe pratiche che ai nostri occhi appaiono cruente, si connotano di una sacralità che le rende soggette a regole ferree con conseguente senso del rispetto di valori che trascendono le miserie umane e che evitano di incorrere nel cinismo tipico dell’occidente.  Riporto per intero un’asserzione tratta dal sito www.riflessioni.it a mio avviso rivelatrice: “…l’animismo non consiste in una forma arcaica o ingenua di pensiero, ma in un altra modalità di funzionamento della psiche nella sua globalità. Una modalità in cui le parti consce ed inconsce coesistono senza frattura coinvolgendo in modo armonioso il mondo naturale che tradizionalmente funge da ricettacolo per le proiezioni di contenuti inconsci. Per questo motivo essenzialmente i luoghi (e le altre entità) possono entrare in risonanza psichica con gli individui, ispirarli o intimorirli. Capire queste differenze profonde di psicologia suggerisce addirittura una riconfigurazione di quel che Jung chiama processo di individuazione inteso come realizzazione del .” ne consigue un senso di appartenenza fortemente strutturato e motivato dall’aver raggiunto un’ armonia che è completamente estranea a noi occidentali. Per Jung, realizzare il Sé significa raggiungere un grado ottimale di equilibrio funzionale tra le parti consci ed inconsce della personalità. Per i membri tribali quell’equilibrio non saprebbe essere tutto interiore, ma deve coinvolgere anche la Natura che funge da contenitore e da tramite tra la coscienza e l’inconscio.[3]

Analizzando la natura di queste due grandi civiltà messe a confronto, ovvero quella occidentale e quelle tradizionali, se spstiamo l’asse di osservazione su un piano cognitivistico, diventa interessante lo studio di Noam Chomsky[4] secondo cui le capacità di astrazione sono tipiche dell’essere umano in genere per cui le convinzioni tipiche di certi teorici etnocentrici, che studiavano le civiltà altre solo a partire dal confronto con la popria civiltà, secondo cui le popolazioni primitive sarebbero fornite di capacità meramente concrete in contrapposizione alla civiltà occidentale, in grado i produrre astrazioni e alte concettualizzazioni (cosa che, in qualche modo, porrebbe noi occidentali in una certa posizione di supremazia), tali convinzioni, dunque, non hanno alcun fondamento scientifico.   



[1] Wikipedia, consultato il 09/06/2010
[2] E. Goldsmith, La grande inversione, Franco Muzio, Padova, 1992
[3] A. Fratini, la religione del dio economia, CSA Editrice, Crotone 2009.
[4] G. L. Zani, pedagogia comparativa e civiltà a confronto, Eitrice La Scuola, pag. 32.

La natura dentro di noi

La natura dentro di noi
Quando il bambino viene al mondo ha, come prima sensazione, il passaggio da un ambiente liquido, alla temperatura di circa 37° C, ad una situazione totalmente sconosciuta nella quale non sente più nemmeno il rassicurante battito cardiaco della madre. Dovrebbe quindi essere cura dell’adulto ricreare il più possibile le condizioni rassicuranti da cui proviene il piccolo e l’ideale sarebbe quello di farlo stare sempre o quasi a contatto col corpo della madre, unico suo universo, della quale conosce l’odore, la pelle, il calore e che è il suo prolungamento. Il distacco dalla madre, dovrebbe essere nei limiti del possibile graduale, in quanto è dalle sue braccia che esso, rassicurato, conosce il mondo. Il primo istinto del neonato è quello della suzione e trattandosi, per l’appunto, di un istinto primordiale, sarà egli stesso ad attaccarsi seguendo i ritmi a lui consoni, mentre la madre non deve fare altro che assecondare un gesto primordiale che nulla ha a che vedere con regole e raziocinio. La prolattina, ovvero l’ormone secreto dalla ghiandola pituitaria alla base della lattazione, viene secreta dalla stimolazione stessa del bambino e solo se ci si fiderà dei bisogni di quest’ultimo e dei suoi ritmi sarà possibile allattare a lungo e soddisfare la prima esigenza del piccolo: il bisogno di essere rassicurato. Dare il seno ad un bambino, sia egli neonato che di uno o due anni, non significa nutrirlo nel senso tecnico che siamo abituati ad attribuire a questo termine. Si porge il seno per motivi noti solo al piccolo e che hanno a che fare con qualcosa di più complesso della nutrizione, secondo una logica unitaria, che è poi l’unica logica presente in natura. Il nutrimento assume così una connotazione globale che coinvolge tutto l’essere e al quale non siamo più abituati. Personalmente ho acquisito una piena consapevolezza di questa realtà solo diventando madre per la seconda volta. Tanti anni fà, quando pensavo che difficilmente mi sarebbe piaciuto sposarmi e concepire dei figli, sentii dire a una madre che si poteva allattare a condizione che lo si sarebbe voluto. Nell’udire questa frase, pur credendo che non sarei mai stata madre, avvertii come un campanello interiore e ne presi inconsciamente nota. Sapevo che avevo udito una grande verità pur non avendo alcuna cognizione scientifica di questo fenomeno. Oggi è assolutamente provato che c’è una forte connessione tra la motivazione e tutte le capacità del nostro corpo  e numerose sono le prove cliniche che supportano questa convinzione; tuttavia credo si sia persa la capacità di ascoltare veramente le proprie esigenze, cosa che ha portato a un forte disorientamento della persona. I ritmi della società moderna sono poi totalmente avulsi dai bioritmi umani e animali col risultato che si è perso quel contatto con tutto ciò che risponde a criteri naturali portando alla nascita delle cosiddette nevrosi. Anche i bambini (persino gli animali domestici) ne risentono, sentendosi trattati come pacchi postali e percependosi lontani dagli adulti da cui essi dipendono. Tutto questo porta a disturbi di varia natura che nella migliore delle ipotesi coincide col rifiuto del cibo o i disturbi del sonno. Tornando all’allattamento, pur sapendo che era fondamentale assecondare i ritmi della mia primogenita, non avendo io alcuna esperienza, finivo col trasmettere le mie insicurezze alla bambina. Col mio secondogenito ho avuto invece la conferma di quanto sia importante ascoltare i segnali del suo e del mio corpo, i quali comunque sono in simbiosi. Quando sento salire la montata lattea, il bambino chiede il seno. A volte però è la sua suzione stessa a provocare la produzione di latte. Col passare dei mesi i neonati tenuti il più possibile in braccio sviluppano più velocemente i muscoli antigravitari e spinti dalla sete di conoscenza che, da quando cominciano a sviluppare vista, tatto e udito non li abbandonerà più, faranno capire alla madre che vogliono cominciare a provare il contatto col suolo per essere in grado, prima strisciando, poi gattonando e poi, parallelamente col processo evolutivo della nostra specie, di esplorare il mondo circostante. Nella nostra società mettere un bambino di sette mesi a terra è un gesto inusuale e da molti considerato come un atto di non rispetto nei suoi confronti. Per un adulto che voglia essere rispettato è una cosa disdicevole mettersi a gambe incrociate su un tappeto e per molti non è conveniente camminare a piedi nudi. Queste persone non si rendono conto che il massaggio prodotto dalla deambulazione diretta sulla pianta del piede, produce un benefico effetto su tutta la catena cinetica prevenendo, tra l’altro, deformità artritiche del piede e questo senza considerare la riflessologia plantare che è una complessa disciplina orientale ormai accreditata anche in occidente secondo la quale numerosi sono gli effetti su corpo e psiche prodotti dal massaggio ai piedi. Per quel che riguarda la capacità di sedersi a terra, magari a gambe incrociate, è noto quanto gli individui delle popolazioni che usano sedersi in questo modo (anche i ricchi ed evoluti giapponesi) non posseggano, una volta diventati anziani, la ridotta mobilità articolare dei nostri anziani pieni di acciacchi. Tutta la vita degli individui occidentali è regolata da cose da fare e cose da non fare finché l’organismo si ribella ammalandosi così come la natura si ribella agli interventi umani volti solo al suo sfruttamento.siamo continuamente assillati dal super-io Freudiano, dimentichi di tutte le esigenze che nascono alla zona limbica del cervello e che, inascoltate, portano a non ben definiti disturbi dell’affettività. Instauriamo con i nostri figli, in maniera precoce, un contatto visivo che da subito porta l’individuo a una sorta di nostalgia indefinità che altro non è che la necessità del contatto fisico precocemente negato. Civiltà del raziocinio per antonomasia (cogito ergo sum), siamo dimentichi dell’importanza della corporeità, delle relazioni intese come senso della continuità e non come continua antitesi all’altro da sé. Essendo l’individuo contrapposto all’universo, esso, da solo, deve imporsi su di esso con la forza della volontà e del raziocinio, cosa alla quale si è educati da subito tramite imposizioni coercitive e frustranti. Tutta l’esistenza degli occidentali si basa su equilibri di potere prima all’interno del ristretto nucleo familiare, che è sempre in antitesi all’altro da sé, poi in antitesi ai vari strati della società e comunque agli altri individui. Si incoraggia la razionalità a discapito della manualità che viene relegata ai gradini più bassi della società laddove essa dovrebbe invece essere altrettanto incoraggiata per stimolare la creatività e la capaità di essere individui completi oltre alla capacità di sapersela cavare laddove non sia possibile procurarsi gli oggetti in altro modo.   

Noi e la natura

“Genitori e insegnanti si lamentano del fatto che i bambini di oggi sono sempre più iperattivi e difficili, ma quanto influiscono le condizioni ambientali, i ritmi di vita frenetici e caotici, sui loro comportamenti? I capricci, gli atteggiamenti violenti o inspiegabili, il disordine, l’instabilità dell’attenzione, l’attaccamento eccessivo all’adulto, non sono altro che una modalità di vita innaturale (...)[1]”.
Veniamo al mondo in modo innaturale; nella migliore delle ipotesi si mette in atto il parto naturale in una posizione che sfida le leggi di gravità, quella supina, mentre sarebbe più facile partorire accovacciate in modo da facilitare il processo di espulsione. Non siamo più in grado di dare ascolto ai nostri reali bisogni, che sono quelli di sentirsi parte di un tutto, di ascoltare i nostri bio-ritmi,di metterci in reale comunicazione col mondo esterno e con quello interiore. In epoca rinascimentale si propugnò un umanesimo che considerava l’uomo come un microcosmo che obbedisce alle stesse leggi del macrocosmo. Anche oggi si dovrebbero riaffermare questi valori che mettano nuovamente in contatto il particolare con l’universale in maniera armonica. Invece siamo totalmente disgregati e abbiamo perso di vista ciò che realmente conta, perdendo il contatto con la parte più autentica di noi stessi. Ciò acquista maggiore rilevanza quando, durante la gestazione gravidica e al momento del parto noi donne veniamo trattate come pazienti passive mentre dovremmo essere in grado di disattivare la neocorteccia cerebrale per dare ascolto al paleoencefalo che ci permetterebbe di espellere il feto prima possibile evitando la nota sofferenza fetale. Non siamo tantomeno in grado di recepire i segnali che ci inviano i neonati, i quali vivono secondo le leggi della natura mettendo in atto con rituale ripetizione le regole dell’evoluzione della specie, in modo avulso dai nostri orari e da comportamenti imposti dall’alto. Dev’essere il neonato a decidere quante volte attaccarsi al seno ed egli ha molte più risorse di quel che crediamo. Da solo imparerà prima
“Genitori e insegnanti si lamentano del fatto che i bambini di oggi sono sempre più iperattivi e difficili, ma quanto influiscono le condizioni ambientali, i ritmi di vita frenetici e caotici, sui loro comportamenti? I capricci, gli atteggiamenti violenti o inspiegabili, il disordine, l’instabilità dell’attenzione, l’attaccamento eccessivo all’adulto, non sono altro che una modalità di vita innaturale (...)[1]”.
Veniamo al mondo in modo innaturale; nella migliore delle ipotesi si mette in atto il parto naturale in una posizione che sfida le leggi di gravità, quella supina, mentre sarebbe più facile partorire accovacciate in modo da facilitare il processo di espulsione. Non siamo più in grado di dare ascolto ai nostri reali bisogni, che sono quelli di sentirsi parte di un tutto, di ascoltare i nostri bio-ritmi,di metterci in reale comunicazione col mondo esterno e con quello interiore. In epoca rinascimentale si propugnò un umanesimo che considerava l’uomo come un microcosmo che obbedisce alle stesse leggi del macrocosmo. Anche oggi si dovrebbero riaffermare questi valori che mettano nuovamente in contatto il particolare con l’universale in maniera armonica. Invece siamo totalmente disgregati e abbiamo perso di vista ciò che realmente conta, perdendo il contatto con la parte più autentica di noi stessi. Ciò acquista maggiore rilevanza quando, durante la gestazione gravidica e al momento del parto, noi donne veniamo trattate come pazienti passive mentre dovremmo essere in grado di disattivare la neocorteccia cerebrale per dare ascolto al paleoencefalo che ci permetterebbe di espellere il feto prima possibile evitando la nota sofferenza fetale. Non siamo tantomeno in grado di recepire i segnali che ci inviano i neonati, i quali vivono secondo le leggi della natura mettendo in atto con rituale ripetizione le regole dell’evoluzione della specie, in modo avulso dai nostri orari e da comportamenti imposti dall’alto. Dev’essere il neonato a decidere quante volte attaccarsi al seno ed egli ha molte più risorse di quel che crediamo. Da solo imparerà prima a strisciare, poi a gattonare e, quando lo deciderà, come ha fatto l’uomo primitivo, si erigerà sulle gambe. Se ci facciamo caso, il processo di crescita degli esseri umani è speculare all’evoluzione della specie (laddove, ovviamente, non si abbiano convinzioni creazioniste). D’altro canto quella della maternità è un’esperienza vissuta come altro dal resto della vita, in modo individuale, per cui noi donne ci ritroviamo circondate da professionisti che dicono come dobbiamo comportarci visto che non abbiamo visto altre donne allattare. Insomma impariamo a fare le madri come se facessimo un corso di tennis, senza mettere in atto quei processi di apprendimento che derivano dall’esperienza diretta, dall’aver visto altre madri. Così tutto il nostro vivere è diviso in compartimenti stagno avendo perso una visione unitaria del fenomenico, ovvero di tutto quanto ci circonda. Già i programmi scolastici dovrebbero attuare dei processi di conoscenza che non siano divisi in materie, almeno nella scuola dell’infanzia (dal momento che talmente esteso è ormai lo scibile umano che l’approfondimento, nel corso della vita, è ormai d’obbligo). Non esiste l’educazione motoria, la scienza, la geografia, l’italiano. Penso che dovrebbe esistere la possibilità, per il bambino piccolo, di osservare e poi sperimentare, insieme all’adulto in un ambiente che sia più naturale possibile. Spesso siamo invece costretti a separare gli ambiti per cui, le incombenze quotidiane, la socializzazione, il gioco, la possibilità di respirare aria un pò meno inquinata, sono tutte esperienze disgiunte una dall’altra. “I bambini dei paesi industrializzati soffrono, per la maggior parte, di un nature deficit disorder,ovverossia una sindrome da deficit di natura...[2]    
Credo che questa affermazione possa applicarsi anche agli adulti che non hanno più quello che è il normale senso di appartenenza e sono sempre più ossessionati dall’ascesa ai gradini più alti della società. Dato per assunto che importanti sono le conquiste della nostra civiltà, penso che sarebbe più opportuno superare sia i modelli di vita attuali che quelli tipici delle società cosiddette tradizionali per arrivare ad elaborare impostazioni che tengano conto sia delle esigenze di modernità sia della completezza affettiva dell’essere umano. Credo inoltre che la completezza affettiva degli esseri viventi sia estremamente correlata alla possibilità di vivere in sintonia con la natura cosa che oggi si traduce nella sostenibilità di una modernità che non può più pemettersi il lusso di intendere il mondo come qualcosa da spremere come un limone.



[1] Elena Balsamo, Sono qui con te, pag. 130.
[2] Elena Balsamo, Sono qui con te, pag. 127.
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[2] Elena Balsamo, Sono qui con te, pag. 127.