Si può fare qualcosa in cui si crede, qualcosa che si ritiene giusta, come un ladro? Si può agire di nascosto, quasi furtivamente, pur sapendo che si segue una fiammella timida eppure viva? Si può lavorare seguendo un proprio codice ma nell'ombra? Si, dove vivo io, in un posto strano eppure vivo, si può, si deve.Sicché mi ritrovo a fare qualcosa un po' scomoda, ad essere attiva laddove mi si chiede esattamente il contrario, a cercare di attirare gente a vivere esperienze inconsuete ma piene di ciò che contraddistingue positivamente la mia terra. Si può stare, indossando una divisa, in un living lab, a spiegare alla gente cos'è Palermo e cosa fa dire a una scrittrice come Banana Yoshimoto che attraversarne i quartieri più poveri è già di per sé un'Esperienza (con la "e" maiuscola) fatta di quell'umanita' e di quel senso del tempo che a Tokyo non esiste. Perché a Palermo e nel resto della Sicilia il tempo scorre pesante, si riempie dell'odore del sugo fatto in casa, della mollezza del vento che porta echi lontani, dall'Africa e dal suo deserto e così ti ritrovi a dimenticarti dei tuoi affanni quotidiani mentre l'odore dei fiori appena sbocciati suscita in te languori nascosti. È allora che, mentre assaggi il cibo di strada, capisci che forse quel sapore intenso porta con sé una storia nascosta, un segreto che ti dice: scoprimi. Perché Palermo vuole essere scoperta, non è fatta per il viaggiatore frettoloso e diventa metafora di vita, teatro di sé stessa. Ti sovviene allora Pirandello che ti dice: assaggia la vita, gustane il vero sapore che è si, a tinte forti ma riempirà il vuoto lasciato dalle convenzioni e dalle falsità. Palermo ti dice: assaggiami, scoprimi, solo così potrai salvarmi da me stessa e dal mio terribile autolesionismo. Perché non faccio che buttarmi giù, mi ferisco, mi trastullo nel vittimismo a oltranza senza sapere che questa maledizione che mi porto addosso mi sta consumando da dentro. Non sono gli altri che non vanno, sono io, Palermo che celebro ogni giorno che passa la mia festività più importante, quella dei morti, sicché mi regalo una "pupa 'i zuccaro" (pupa di zucchero) condannandomi a morte.
È quella morte che viene dal continuo disfattismo, da quell'autocompiacimento che fa dire: "sono così è non posso farci niente".
Ma chi sa che sta per annegare nuota finché può anche se è a un passo dalla fine. Non si Arrochi, Palermo, del potere di autoinfliggersi la morte festeggiando a oltranza perché la mia città è viva anche se non sa di esserlo. Parola di chi viene da lontano.